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		<title>Sudan. Madaniya. 6 novembre 2021</title>
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		<pubDate>Mon, 08 Nov 2021 08:51:27 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Il 25 ottobre mi sono svegliata presto come al solito, prima delle sette. Qui in Sudan la mattina ha davvero l’oro in bocca e comincia quando il sole non è ancora bollente, si sfruttano le poche ore di fresco. Sembrava tutto normale, l’assenza del collegamento internet non mi aveva colpito particolarmente, ogni tanto la luce va via e ho pensato che bisognasse riavviare il modem. La cosa strana era il silenzio, l’assenza del via vai davanti alla mia finestra, le serrande chiuse, l’assenza del traffico e dei clacson. Solitamente le strade sono piene di auto, motociclette, van, mini van, bus e taxi che hanno visto tempi migliori, gente che attraversa senza guardare e qualche carrettino trainato da un asinello. Abitiamo nel quartiere pubblico e finanziario, circondati da banche e uffici e scuole e ospedali, non troppo lontano dall’aeroporto. Solitamente i marciapiedi si riempiono in fretta di auto bianche, chi entra all’università e a scuola, chi si ferma davanti alla banca, chi va in ufficio. I palazzi governativi e il quartier generale dell’esercito non sono molto distanti e proteggendo loro dall’orda di manifestanti, hanno protetto anche noi. Qui non è mai arrivato il rumore della folla e gli spari li abbiamo sentiti solo in lontananza. Il college era deserto, il cortile della primaria vuoto, persino in cielo non passava nulla. Linee tagliate, aeroporto chiuso. Eravamo isolati, dal resto della città e dal mondo esterno.</p>
<blockquote><p>Linee tagliate, aeroporto chiuso. Eravamo isolati, dal resto della città e dal mondo esterno.</p></blockquote>
<p>Cosa si fa se cade il governo in un paese straniero? Come si fa a comunicare con l’estero? Cosa succede? Bisogna scappare? Bisogna stare chiusi in casa? Chiamare l’ambasciata? La Farnesina? Pregare? Bè, per pregare mi trovavo nel posto giusto. La verità è che ero con persone che mi hanno spiegato in pillole la situazione politica sudanese degli ultimi anni, la caduta di Al Bashir, la Rivoluzione, la strada verso la democrazia.<br />
E non mi sono mai sentita davvero in pericolo.<br />
Qui non si tratta di guerra religiosa o di Talebani, qui non vengono a prendere i preti e a lapidare le donne, qui è una lotta interna tra esercito e civili, è una lotta per i diritti, per la democrazia e per il futuro. Noi stranieri siamo solo spettatori che finché non fanno incazzare il leader del momento, come ha fatto l’ambasciatore inglese, possono rimanere. Le priorità sono altre: chiudere i ponti e tutte le vie d’accesso ai target sensibili, costruire barricate in modo che i protestanti non possano arrivare, tagliare internet e telefono perché il popolo non si possa organizzare, posizionare l’esercito in punti strategici con pick up armati per spaventare e per contenere il fiume di folla che sapevano si sarebbe riversato sulle strade. Ho sentito l’odore dei lacrimogeni, ho visto in lontananza il fumo nero delle gomme bruciate, e mi sono preparata all’ennesimo lock down. Avevamo fatto la spesa il venerdì prima, quindi non abbiamo nemmeno patito la fame, ma mi sono rimangiata le parole che tante volte avevo pronunciato durante la pandemia: sarebbe stata meglio una guerra. Bè, no, non è così. </p>
<blockquote><p>Ho sentito l’odore dei lacrimogeni, ho visto in lontananza il fumo nero delle gomme bruciate, e mi sono preparata all’ennesimo lock down</p></blockquote>
<p>Per un po’ chi ha “spento” internet si è dimenticato della Canar, una compagnia che i primi 2 giorni ha continuato a funzionare e ci ha permesso di avvertire fuori che le comunicazioni sarebbero state difficili e di leggere le prime notizie riportate dalla BBC che stava già riempiendo le prime pagine con le immagini dei manifestanti, dell’esercito, delle grida, dei feriti e più tardi dei morti. Pochi questa volta, solamente 3 o 4. Come il resto del mondo, abbiamo aspettato anche noi di capire meglio dalla conferenza stampa in cui Al Burhan ha spiegato le sue ragioni, i dissensi politici interni, le scaramucce, la necessità di riprendere in mano per bene le cose, disfare e ricostituire per rimettersi sulla via tracciata dalla Rivoluzione. Ma il PM civile, Abdalla Hamdok, non si sapeva dove fosse stato portato, alcuni dei punti di rilievo dei trattati internazionali erano semplicemente stati cancellati e gli Stati Uniti avevano già dichiarato il taglio degli aiuti economici concordati. Nei giorni successivi poi, un video che metteva a paragone il discorso del capo dell’esercito con quello di al-Sisi, presidente dell’Egitto, ha rivelato similitudini almeno allarmanti, ha fatto ben capire che la posta è più alta e ci sono di mezzo l’Egitto e gli Emirati, soldi, armi, il desiderio di una guerra contro l’Etiopia e la sua diga per l’acqua del Nilo. Ma la posta è sempre più alta, no?<br />
E noi ce ne stiamo riparati nel nostro piccolo mondo a lamentarci di non poter andare fuori a cena senza green pass o di non poter viaggiare per lidi lontani, io per prima, mentre anche il governo Italiano si macchia di crimini e corruzione per evitare che arrivino sulle nostre coste altri immigrati, dal Darfur per esempio. Ma la gente si domanda mai da cosa scappino queste persone?</p>
<blockquote><p>Ma la gente si domanda mai da cosa scappino queste persone?</p></blockquote>
<p>Una settimana dopo il colpo di stato nulla sembrava essere davvero accaduto. La domenica pomeriggio l’esercito è sparito dai punti nevralgici, lasciando solo qualche traccia delle barricate ai lati delle strade, blocchi di cemento e filo spinato, pronti per essere riposizionati nuovamente. Sulle strade rimangono i pick up armati come monito, i negozi hanno riaperto, qualcuno ha ricominciato a lavorare come aveva incitato il nuovo leader. Le banche sono operative ma non hanno contanti, la maggior parte delle università però resta chiusa e il ministro dell’istruzione è stato prelevato e messo in prigione per essersi rifiutato di incitare alla riapertura. In compenso i ministri civili sono stati tutti rilasciati e sembra che Al Burhan stia cercando qualcuno che voglia stringere un accordo con lui e rappresentare la parte civile nella formazione del nuovo governo. Per ora Hamdok non ha ceduto e l&#8217;associazione dei professionisti sudanesi (SPA) nemmeno, che sono in sciopero. La gente è confusa, chi crede alle buone intenzioni dell’esercito, chi non ci crederà mai. Intanto va avanti il calendario delle dimostrazioni, qualche persona sparisce qua e là lasciando dietro segni di lotta e sangue. Un informatore, un personaggio di spicco, uno studente. La testa deve rimanere bassa, chi riporta la situazione reale al di fuori dei confini è meglio che non dichiari il proprio nome, perché il regime sa tutto, dalla signora che serve il te all’angolo della strada, dal proprietario del negozio di elettronica che indaga se sono in giro a fare foto, dal vecchio che passa davanti al porta. Spie, che osservano, anche la bianca con i capelli corti e la mascherina chirurgica che se ne va in giro a comprare lo yogurt. Mentre l’ambasciata italiana non aveva idea che fossi in Sudan, probabilmente il capo dell’esercito ha nel secondo cassetto della scrivania tutte le schede di chi arriva e sta, di chi arriva e va.<br />
Adesso manca solo di vedere cosa succederà domenica. Domani. Quando io dovrei essere già sul volo Cairo-Malpensa.<br />
Le strade si riempiranno di nuovo di donne e uomini, di speranza, di lotta, di bandiere alzate il cui profilo si staglia in controluce, il sole ormai basso delle 4, l’aria satura di polvere, il fiume di folla che avanza con i colori del Sudan sulle spalle, come se potessero proteggerli.</p>
<blockquote><p>Le strade si riempiranno di nuovo di donne e uomini, di speranza, di lotta, di bandiere alzate</p></blockquote>
<p>C’è una foto bellissima, credo che sia di un certo Sabah Mohamed, postata su twitter e rimbalzata su diverse testate on line, sembra un dipinto. Avrei voluto scattarla io quell’immagine perché ti tira dentro, sembra di camminare insieme a loro, ti fa cercare qualcosa all’orizzonte, un leader, un salvatore, una speranza.<br />
Ma la mia curiosità non ha mai superato la paura del potermi ritrovare faccia a faccia con un militare sudanese e la canna di un’arma vera, o di prendermi una bastonata in testa. E così me ne sono rimasta rinchiusa a scrutare il quartiere deserto dal terrazzo.</p>
<p>Oggi è tutto tranquillo, un sabato come tanti altri. Forse, dopotutto, domani non succederà nulla. Forse si sono rassegnati. Forse la grande paura è che si possa ripetere il massacro di quel 3 giugno 2019, quando la fine del sit-in pacifico che durava da settimane è stata decisa dal sangue delle 114 vittime. </p>
<p>Ma non ne sono convinta. Non riesco a togliermi dalla testa quella fotografia e mi sembra di sentire le voci, le urla, che sono un richiamo di libertà e di democrazia. Madaniya.</p>
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		<title>La mia eterotopia.</title>
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		<pubDate>Sat, 13 Apr 2019 08:08:10 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Fa caldo. È umido. Ma c’è il mare. Appena si esce dall’aeroporto c’è il mare con la sua brezza piena di iodio e di estate. E l’acqua, anche lì, appena oltre la biglietteria per i traghetti, è color Tiffany. Sono atterrata a Male, atollo di Kaafu, in mezzo all’oceano Indiano. Maldive. Uno stato frammentato in [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Fa caldo. È umido. Ma c’è il mare. Appena si esce dall’aeroporto c’è il mare con la sua brezza piena di iodio e di estate. E l’acqua, anche lì, appena oltre la biglietteria per i traghetti, è color Tiffany. </p>
<p>Sono atterrata a Male, atollo di Kaafu, in mezzo all’oceano Indiano. Maldive. Uno stato frammentato in migliaia di piccole isole raggruppate in atolli dalle forme discontinue, cliché supremo di paradiso tropicale, tradotto in spiagge bianche, palme da cocco, acqua cristallina e tramonti dove il cielo annega nell’oceano.</p>
<p>Vivendo questa favola al di fuori dei canali abituali per qualche tempo, ho imparato però che c’è una grande differenza tra le Maldive del turismo e dei resort e le Maldive reali, quelle della gente vera.<br />
Per capire qualcosa di più bisogna ricordare che il turismo maldiaviano ha avuto un primo inizio mentre era al Governo il presidente Nasir (1968-1978) ma le cose si sono poi davvero definite con il presidente-dittatore Maumoon Abdul Gayoom, rimasto al potere per 30 anni e battuto solo nel 2008 da Nasheed, durante le prime elezioni libere del suo mandato. Gayoom aveva stabilito una serie di regole legate essenzialmente al concetto di “un’isola, un resort”.<br />
Inizialmente poteva essere costruita solo una struttura ricettiva per isola, che doveva essere precedentemente deserta. Non avendo alcun abitante locale le isole-resort potevano e possono ritenersi al di fuori del sistema amministrativo degli atolli e anche al di là delle regole religiose imposte dallo stato islamico. Questo non vuol dire altro che nei resort si può andare in giro in bikini, ci si può godere un Mohito al tramonto e si è liberi di mangiare cibo che non sia Halal, cioè processato secondo le regole islamiche.<br />
La popolazione locale presente sulle isole-resort è spesso quella che svolge i lavori di front-desk, per assicurarsi le mance, ma ha quartieri e regole diversi dagli ospiti. A loro si aggiungono moltissimi uomini che arrivano dal Bangladesh e che lasciata la famiglia in patria, coprono i ruoli più umili che i Maldiviani stessi non accettano più. Oppure diventano servitori-tutto fare delle famiglie benestanti e cucinano, puliscono, riparano. Gentili e docili tornano a casa circa ogni 2 anni, per tre mesi, o almeno così fanno quelli in regola con un visto valido. Spesso si scoprono casi di semi-schiavitù, con passaporti ritirati e storie di criminalità organizzata. Ma questa è un’altra storia.</p>
<blockquote><p>Piccoli mondi separati, per soddisfare l’immagine stereotipata dell’isola deserta-paradiso-tropicale di Defoe</p></blockquote>
<p>Dov’ero rimasta? A sì, le isole-resort. Piccoli mondi separati, costruiti appositamente e curati nei minimi dettagli per soddisfare l’immagine stereotipata dell’isola deserta-paradiso-tropicale che ritroviamo come promessa nei siti di viaggi e sulle riviste patinate. La stessa che ci siamo immaginati leggendo Defoe. E allora le spiagge sono bianche e immacolate perché ogni giorno, a costi elevati di manutenzione, vengono ripulite dalla plastica che inevitabilmente si accumula trasportata dalle correnti, dalle alghe e dalle foglie. Nell’acqua non c’è alcuna chiazza scura perché le Fanerogame, che proliferano nelle lagune e sono simili alla nostra Posidonia, vengono estirpate. In effetti, diciamocelo, a un occhio poco allenato sembrano più alghe che piante acquatiche utili alla purificazione della laguna stessa e ambiente perfetto come “nursery” di molte specie marine. Fanculo la biodiversità. Alla maggior parte dei turisti interessa vivere un’esperienza perfetta, sfruttare al meglio quella settimana che non viene via a basso costo e che deve soddisfare un certo numero di promesse. Come avvistare le aquile di mare o gli innocui squaletti che nei resort compaiono a ore precise e aspettano i succulenti avanzi dei buffet d’alta cucina, come fedeli animali domestici pasturati a dovere perché imparino la strada di “casa”. Anche i menu proposti proprio in quei buffet hanno poco a che fare con la tradizione locale e con ingredienti a km 0, ma tutto viene importato, insieme ai professionisti internazionali che occupano le posizioni più prestigiose e meglio remunerate.</p>
<p>Non fraintendetemi… a chi non piacerebbe soggiornare qualche notte in quella che viene denominata “un’eterotopia pianificata” e cioè uno spazio differente rispetto al territorio circostante? Le isole-resort sono definite dai sociologi “enclave monofunzionali” che vuol dire che hanno una funziona specifica e in un certo senso si uniformano alle isole pic-nic, alle isole piantagione o alle isole aeroporto tipiche delle Maldive, spesso destinate appunto a un’unico scopo. Vivendo le Maldive al MaRHE Center e frequentando un po’ le lezioni introduttive e i professori dell’Università della Bicocca sono riuscita ad assimilare alcuni di questi termini altisonanti che definiscono così bene come il paradiso-resort sia una realtà protetta e forse vagamente “pilotata”. In modo che lo stereotipo non cambi, in modo che a nessuno capiti, che ne so, di finire sotto le molteplici zampette di una processionaria, un bruco peloso degli alberi che a me ha provocato una reazione istaminica esagerata &#8211; qui non la chiamano allergica ma usano il termine più appropriato. In modo che nessuno pesti un pesce pietra, quello di Laguna Blu per intenderci, o una Trigone, della famiglia delle mante ma con un aculeo velenoso tra dorso e coda o, ancora, in modo che a nessun ospite venga in mente di raccogliere una conchiglia conica, detta Conus per l’appunto, che per difesa sparerebbe dardi avvelenati completi di neuro-tossine.</p>
<p><a href="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2019/04/federicaadamoli_maldive_magoodhoo_fafuu_atoll_marhecenter_marinescienze_sunset_golden_hour.jpg"><img src="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2019/04/federicaadamoli_maldive_magoodhoo_fafuu_atoll_marhecenter_marinescienze_sunset_golden_hour.jpg" alt="federicaadamoli_maldive_magoodhoo_fafuu_atoll_marhecenter_marinescienze_sunset_golden_hour" width="525" height="350" class="alignnone size-full wp-image-5304" /></a></p>
<p>In qualche modo però le comparse di questo Truman Show tropicale non risultano solo protette ma anche quasi relegate sull’isola scelta con tanta cura. L’unico modo per varcarne i confini sono le escursioni organizzate per una giornata alla Robinson Crusoe su un’isola disabitata o per fare diving e snorkeling, tuffandosi in quell’universo sotto la superficie con i coralli colorati, i pesci, le stelle marine, le tridacne, conchiglie di cui ho finalmente imparato il nome e che sembra quasi chiudano la bocca all’avvicinarsi del pericolo, perché ritirano quella parte colorata che si chiama mantello. Naturalmente la vera magia è incontrare una di quelle creature che altrimenti si vedrebbero solo negli acquari o nei documentari, come la tartaruga di mare. Provare a inseguirla trattenendo il respiro, scendere sempre più in profondità in quel blu che attrae, forse perché in un attimo si realizza che non è che un altro modo di volare. Un altro metro ancora, un altro secondo ancora, prima che la mancanza di ossigeno costringa a tornare su, perché mentre io arrivo forse a 1 minuto, loro possono trattenere il respiro per periodi lunghissimi.</p>
<blockquote><p>[..] un altro metro ancora, un altro secondo ancora [..] in profondità in quel blu che attrae, forse perché in un attimo si realizza che non è che un altro modo di volare</p></blockquote>
<p>Ed ecco che così il cerchio si chiude, il paradiso in superficie si affianca al mondo sommerso, abitato anche da quei pesci colorati che crediamo di conoscere grazie ai film di Walt Disney. Purtroppo direbbero i biologi qui. E si impara che Nemo è un pesce pagliaccio e vive tra le ramificazioni di alcune specie di anemoni, le aiuta a respirare e in cambio riceve protezione e nutrimento. E le anemoni crescono appunto sulla scogliera corallina che non sempre è una barriera perché il nome specifico dipende dalla morfologia e quindi, secondo l’ipotesi di Darwin, dallo stadio in cui si trova nella sua sequenza evolutiva. </p>
<p><a href="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2019/04/maldive_magoodhoo_fafuu_atoll_marhecenter_marinescienze_snorkeling_nemo_coral_reef_anemone.jpg"><img src="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2019/04/maldive_magoodhoo_fafuu_atoll_marhecenter_marinescienze_snorkeling_nemo_coral_reef_anemone.jpg" alt="C:DCIM100GOPROGOPR0201.GPR" width="525" height="297" class="size-full wp-image-5301" /></a></p>
<p>Quale che sia il suo stadio, il corallo in pratica è costruito da depositi calcarei, esoscheletri di carbonato di calcio di organismi quali polipi e meduse. E il colore è dato dalle alghe che vivono in simbiosi con loro. Quando il corallo soffre, scaccia le alghe e diventa bianco. Se si riprende e sopravvive le alghe tornano, altrimenti muore e con il tempo si rompe, fragile come un osso con l’osteoporosi, e va a formare il substrato e cioè il fondo marino.<br />
Forme ramificate, tabulari, massive, coralli fogliosi o crostanti, specie singole o coloniali, dure o morbide. I coralli hanno aspetto e dimensioni diverse, alcuni sono esattamente come ce li si immagina, altri sembrano più dei funghi capovolti o dei cuscini, con pattern che ricordano fiori o anse del cervello. Organismi che insieme a tutto il “contorno” creano ecosistemi unici con una biodiversità pazzesca.</p>
<p>E così, il MaRHE Center è stato il mio resort, con la sua routine fatta di lezioni che vanno dalla sociologia alla biologia, dal turismo a scienze ambientali, per insegnare e scoprire le Maldive sopra e sotto il livello del mare, almeno un pochino. Con le ore scandite da pranzi e cene a base di pesce, per lo più tonno, Dahl, riso bianco e verdure che qualche volta arrivano dalle serre idroponiche installate a 300 metri dal centro. Routine settimanali con serate a tema maldiviano, barbeque, gruppi che arrivano ansiosi e ripartono abbronzati.</p>
<blockquote><p> il MaRHE Center è stato il mio resort, la mia eterotopia </p></blockquote>
<p>Magoodhoo, che ospita il distaccamento della Bicocca, è stata la mia isola con i suoi 700 metri di lunghezza per 300 di larghezza, meno grande dell’idroscalo. Con i suoi quattro o cinque negozietti che vendono tutti le stesse cose, dal Nescafé in polvere a bevande improbabili super dolci, saponi e colonia, qualche banana e pantaloni di made in China che si trovano anche a Milano. Ma poco importa, la sera si va a prendere un gelato giusto per fare due passi, per mischiarsi un attimo alla realtà locale che ormai balbetta qualche parola in italiano e tollera di buon grado il chiasso degli studenti, le loro gambe troppo poco coperte, le nostre teste sempre libere dal velo.</p>
<p><a href="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2019/04/federicaadamoli_maldive_locals_magoodhoo_fafuu_atoll_marhecenter_marinescienze.jpg"><img src="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2019/04/federicaadamoli_maldive_locals_magoodhoo_fafuu_atoll_marhecenter_marinescienze.jpg" alt="federicaadamoli_maldive_locals_magoodhoo_fafuu_atoll_marhecenter_marinescienze" width="525" height="350" class="alignnone size-full wp-image-5306" /></a></p>
<p>Ci sono poche regole essenziali. Il coprifuoco a mezzanotte fatta eccezione della spiaggia proprio di fronte all’entrata, spesso palcoscenico di spiaggiate improvvisate che a me san di nostalgia. è vietato andarsene in giro o fare il bagno solo con il costume, una muta-maglietta e pantaloni lunghi fino al ginocchio sono d’obbligo. Bisogna evitare di lasciarsi andare a effusioni in pubblico e ricordarsi che siamo ospiti di una cultura diversa e non ci comprenderemo mai fino in fondo.<br />
Sull’isola ci sono due moschee, una vecchia costruita secondo la tradizione maldiviana, bassa e con il tetto spiovente che la fa assomigliare quasi più una villetta e l’altra invece che segue i dettami arabi, un po’ più leccata e con il suo minareto. Sembra che gli arabi siano venuti qui e per qui intendo le Maldive, a insegnare ai locali come costruire una moschea “vera”. Negli ultimi anni i dettami legati alla religione locale si sono irrigiditi e mentre se fino a qualche tempo fa le donne si mostravano tranquillamente senza velo, adesso tutte lo indossano e qualcuna mette pure il burqa, dove si intravvedono solo gli occhi. Il fastidio che provo quando lo vedo indossato da qualche donna deve essere equivalente al loro quando mi vedono girare in calzoncini corti e canotta qui all’interno delle mura del centro, dove è consentito.</p>
<p>Gli Imam chiamano alla preghiera cinque volte al giorno ma il loro canto sembra essere più dolce di quello che mi svegliava di soprassalto al Cairo. Sento solo la moschea qui accanto e non<br />
quindici altoparlanti diversi tutti gracchianti. Ritorno quasi subito tra braccia di Morfeo e poco dopo il chiacchiericcio delle donne della cucina mi riporta allo stato cosciente. Aspetto un attimo, aspetto che qualche voce riconoscibile si aggiunga alle parole in Dhiveli e appena emergo dalla mia stanza vengo avvolta dall’odore di pane tostato. Se siamo fortunati a colazione si mangiano bananine o papaya, ma spesso ci offrono mele e arance, nel loro modo di vedere più “esotiche” e probabilmente più costose della frutta esotica.</p>
<p>Ogni tanto si esce con il dhoni, la barca tipica maldiviana, e si raggiungono le isole vicine per visitare un resort con gli studenti di economia del turismo o per andare su un’isola disabitata per un pic nic e per diversificare lo snorkeling. Durante le lente traversate si può prendere il sole sul tetto, si può sonnecchiare dondolati dalle onde mentre l’equipaggio, “Cappi” maldiviano e mozzo del Bangladesh, soprannominato Franco, si prendono cura di noi nutrendoci con cocco fresco appena aperto.<br />
Ricercatori e scienziati usano il dhoni per raggiungere la vicina Nilhandhoo, capoluogo dell’atollo di Fafuu di cui Magoodhoo fa parte, per visitare un impianto di desalinizzazione o per informarsi sulle procedure di smaltimento dei rifiuti. Quasi tutte le isole hanno dei bruciatori, anche se spesso la tradizione ha la meglio e la sera l’aria di riempie del fumo pieno di diossina dei cumuli di spazzatura a cui danno fuoco, senza pensare che ormai i contenitori non sono più fatti di materie biodegradabili bensì di plastica. </p>
<p><a href="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2019/04/federicaadamoli_maldive_bodhu_dhoni_magoodhoo_fafuu_atoll_marhecenter_marinescienze1.jpg"><img src="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2019/04/federicaadamoli_maldive_bodhu_dhoni_magoodhoo_fafuu_atoll_marhecenter_marinescienze1.jpg" alt="federicaadamoli_maldive_bodhu_dhoni_magoodhoo_fafuu_atoll_marhecenter_marinescienze" width="525" height="347" class="alignnone size-full wp-image-5299" /></a></p>
<p>La vita qui risulta pigramente indaffarata, tesi da correggere, presentazioni da comporre, fotografie per immortalare i momenti più ufficiali, perché i più belli rimangono comunque stampati nella memoria. Ogni tanto arriva un bodu dhoni, una barca grande tradizionale che porta passeggeri, consegna e carica ogni genere di merce. L’attracco nel piccolo porto è sempre uno spettacolo e buona parte del villaggio si accalca lungo la banchina ad aspettare qualcuno o qualcosa. </p>
<blockquote><p>La vita qui risulta pigramente indaffarata [..] fotografie per immortalare i momenti ufficiali, perché i più belli rimangono comunque nella memoria</p></blockquote>
<p>I primi giorni abbiamo festeggiato il decimo anniversario di MaRHE e sono intervenuti non solo il rettore dell’università, ma anche la console e l’ambasciatrice per l’Italia e perfino l’ex presidente Nasheed, ancora tanto amato, che fa parte del partito giallo e che ha appena ripreso la leadership dello stato. Il partito giallo, non Nasheed. </p>
<p>C’è stata una cerimonia ufficiale a ritmo di bodhu bero, i grandi tamburi tipici maldiviani, qualche portata speciale a pranzo, lo staff al completo di Marine Science sull’isola, un aperitivo al tramonto al Tundhi, te al gelsomino dolcissimo, samosa e crocchette di pesce, la prima foto di gruppo.</p>
<p>Il Thundi è la spiaggia all’estremità sud ovest di Magoodhoo, divisa dal resto dell’isola con una strada di sabbia. Quella è la linea di demarcazione che tiene relegato il Jinny dell’isola, lo spirito di un bambino, in modo che non possa fare dispetti. Se poi decidi di oltrepassare quella linea dopo il tramonto&#8230; affari tuoi. Il Thundi era anche il luogo dove venivano relegati i lebbrosi negli anni ‘80, quando sembra che la lebbra fosse ancora un bel problema qui.<br />
Ogni giorno scopro qualcosa in più, ogni giorno capisco qualcosa di più, sul mare, sulle creature che ci vivono, sulla gente. Ogni giorno gli abitanti si abituano un po’ di più a me e alla mia macchina fotografica. Le donne della cucina sorridono quando entro a prendere la mia roba senza glutine e per loro ora faccio parte dello staff e per lo staff… bè anche loro oramai si sono abituati a me e alle mie domande da creativa che ogni tanto sfodera l’adolescenza al liceo scientifico e quell’unico famoso anno a Scienze Ambientali che in qualche modo mi ha portata qui.<br />
Amore per il mare, una vita diversa immaginata, volontariato in terre lontane, voglia di non fermarmi mai, bisogno di vedere e scoprire, vivere nuove terre e scrivere della gente e di una vita diversa.</p>
<p>Ci sarebbe ancora tanto da raccontare, da trasmettere. Giornate, serate, albe e tramonti, una foto alle stelle, la bioluminescenza perduta, la scritta MaRHE al tramonto, body surf a traino del dhoni, un compleanno a Filitheyo, il primo squalo proprio accanto a me che quasi avrei potuto toccarlo, colori, parole, progetti. E persone, soprattutto persone.</p>
<p>E allora grazie Paolo, Davide, Luca (2 Luca), Stefano, Valentina, Marcella, Elena e grazie a tutti gli altri, la lista sarebbe troppo lunga. Grazie per tutto quello che mi avete insegnato, che avete condiviso e regalato. E perdonate tutti i termini usati impropriamente. </p>
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		<title>Apologia all&#8217;Islam.</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Jul 2016 06:38:42 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Sono partita per il Pakistan perché sono curiosa, perché viaggiare mi permette di vedere l’altra metà della luna, perché sento il bisogno di mettere alla prova me stessa e acquietare quell’insoddisfazione latente che la routine acuisce. Sono partita perché posso e voglio andare oltre i confini della mia realtà, perché non si può vivere senza [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono partita per il Pakistan perché sono curiosa, perché viaggiare mi permette di vedere l’altra metà della luna, perché sento il bisogno di mettere alla prova me stessa e acquietare quell’insoddisfazione latente che la routine acuisce.<br />
Sono partita perché posso e voglio andare oltre i confini della mia realtà, perché non si può vivere senza vedere, perché se la prospettiva cambia la mente evolve e nulla è più scontato.<br />
Sono partita per ritornare e godermi quella libertà che diamo per garantita, per raccontare e scrivere, per conoscere persone e culture diverse.<br />
Sono partita perché conosco una famiglia in Pakistan e mi hanno invitata a visitare la loro terra e la loro casa. Haya e Yazid hanno cercato di essere ospiti perfetti ma è difficile adattarsi a una cultura a volte estrema ai miei occhi, ad abitudini e a ritmi così diversi.</p>
<p>Insieme a loro ho viaggiato tra Lahore, Sargodha e Islamabad, visto colline e laghi, monumenti Moghul e Indù, campi con fiori di senape e cave di quel sale rosa costoso che arriva sulle nostre tavole. Sono salita fino a Muree, località montana una volta accessibile solo alla classe benestante, luogo di villeggiatura per passare le caldi estati, adesso piena di hotel decadenti e poveri pellegrini. Sono passata dalla povertà tangibile, sporca e invadente del capoluogo del Punjab, contornato dalle alte ciminiere delle fabbriche di mattoni, fino ai filari colorati di arance succose della campagna per arrivare ai viali ampi e agli imponenti palazzi governativi della nuova capitale.<br />
Islamabad è stata progettata meticolosamente a tavolino e costruita all’inizio degli anni ’60, a ridosso delle colline di Marghalla, ricca di parchi e di alberi, divisa in settori e con una base militare quartier generale dell’esercito pakistano fin dall’indipendenza. La maggior parte delle persone che abitano lì hanno incarichi governativi o lavorano per polizia ed esercito. Sono stata ospitata dalla famiglia di un poliziotto di alto grado che mi ha accolto con un perfetto inglese e una moglie adorabile che con una sola occhiata ha capito che ero già provata dalle condizioni igieniche precarie, le toilette solo con la turca, i letti senza lenzuola, il cibo troppo piccante.<br />
Mi ha accolta in un soggiorno caldo, contenta della mia presenza ma discreta, mi ha assegnato una stanza meravigliosamente profumata, con un letto cambiato di fresco e un bagno con tutto il necessario per una doccia bollente. E finalmente ho dormito di un sonno profondo senza sogni, al sicuro. Ho cenato con pasticcio di riso, carne e lenticchie accompagnato da yogurt e frutta.</p>
<blockquote><p>E finalmente ho dormito di un sonno profondo senza sogni,</br>al sicuro. Ho cenato con pasticcio di riso, carne e lenticchie accompagnato da yogurt e frutta.</p></blockquote>
<p>E il mattino successivo, dopo aver bevuto, tra le altre cose, un succo di melograno appena spremuto, quell’ufficiale pluri-laureato amante della sartoria italiana mi ha mostrato la città. Eravamo scortati da due guardie che occupavano i posti anteriori della macchina governativa che ci portava in giro e da una camionetta con altre quattro guardie del corpo che ci seguiva. Ho visitato il monumento al Pakistan mentre la città ancora si risvegliava, ho percorso i vialoni ampi, puliti e alberati e per qualche ora mi sono sentita una comparsa di House of Cards e avrei voluto che durasse un po’ di più. Avrei voluto fermarmi almeno un’altra notte, tornare alla Moschea Faysal durante l’ora di preghiera, aspettare il tramonto  e vedere accendersi i quattro alti minareti che si stagliano sul profilo nero della montagna, assaporare ancora un attimo quella capitale che così poco rispecchia il resto del paese.<br />
Purtroppo, dopo pranzo abbiamo lasciato la coppia originaria di Peshawar e siamo risaliti in macchina.</p>
<p>Marikha e suo marito non sono le uniche persone che tornerei a trovare volentieri. I genitori di Haya sembrano persone d’altri tempi, gentili e discreti, benestanti ma umili. Il padre è un vecchietto magro da ritratto, con il suo cappellino e la pelle olivastra, la barba bianca curata, il vestito tradizionale immacolato e il gilet di lana. Laureato, è stato a lungo il direttore di un giornale locale e ha sempre spinto i figli allo studio e alla cultura.<br />
Haya ha potuto laurearsi perché lui l’aveva deciso, nonostante il figlio maggiore, avvocato, si lamentasse di questa scelta controcorrente in una piccola comunità come Sargodha.<br />
La madre di Haya sembra proprio una lady, sempre elegante e in ordine persino nel suo vestito “da casa”, mentre fa il bucato, educata e così diversa da sua figlia che non riesco a capire come possano essere imparentate. Con il mio solito tatto ho suggerito ad Haya di cercare di assomigliarle di più e lei come sempre mi ha risposto che col tempo diventerà come lei e con l’aiuto di un paio di servitori anche la sua casa sarà risplendente e profumata, i suoi figli più ubbidienti e lei sempre al meglio, come la sua mamma. Le ci vorrebbe Mary Poppins.<br />
Ho rischiato di non conoscere questa dolce signora perché un paio d’anni fa si è ammalata gravemente e ha subito un trapianto ai reni.</p>
<p>Bè, non era proprio in cima alla lista di attesa ma in Pakistan un rene lo si può comprare e sembra che l’ospedale di Islamabad sia un centro trapianti accreditato in tutto il mondo, anche in occidente. Gli organi si comprano dai poveretti e si pagano salati, più di cento mila euro, ma entrambe le parti sembrano poi soddisfatte. Una vita al prezzo di una vita migliore.<br />
Non mi sento in grado di giudicare queste persone, l’etica mi insegna che c’è qualcosa di abominevole ma non si può forse donare un rene a un proprio familiare? E non hanno in questo modo, salvato una vita e un’intera famiglia che altrimenti sarebbe morta di fame? La domanda vera è come si sia arrivati a questo, come sia possibile che in alcuni paesi i malagiati siano così disperati. Mi chiedo quali siano i confini di quello che alla fine è un traffico d’organi&#8230; si può comprare un cuore? Quanto vale una vita?</p>
<blockquote><p>[..] ma in Pakistan un rene lo si può comprare [..] Mi chiedo quali siano i confini [..] si può comprare un cuore? Quanto vale una vita?</p></blockquote>
<p>La casa dei genitori di Haya è vecchia ma pulita, i pavimenti si potrebbero leccare, le pareti sono un po’ scrostate ma tutto ha un sapore più vintage che dimesso e la stufa a gas, attaccata alla parete del soggiorno, riscalda ancora le sere di gennaio, mentre la signora mi sorride e mi offre frutta secca su piattini d’altri tempi, il marito seduto composto al suo fianco.  </p>
<p>La famiglia di Yazid è forse più potente ma meno nelle mie corde. Non sono i figli del fare ma dell’avere. La loro ricchezza deriva dai terreni, dai frutteti e dalle conoscenze del padre che ha fatto carriera in polizia. Lui mi piace, sembra uno di quei personaggi di Walt Disney, alto e gigantesco con la pelle e le occhiaie scure, potrebbe far quasi paura, ma quando sorride ricorda il genio della lampada di Aladino. Ogni mattina mi chiamava per accertarsi che andasse tutto bene.<br />
Anche adesso che è in pensione continua a lavorare come consulente mentre i suoi figli si alzano tardi, mangiano, usano i privilegi del padre e siedono a tener compagnia alla madre, la cui mole non le permette di fare più di qualche passo e la rende sconfitta e infelice. Non le rimane altro che spettegolare con le nuore che vivono con lei, spesso criticando le altre nuore o i nipoti o i vicini.</p>
<p>L’ultima famiglia che ho conosciuto è stata quella che mi ha ospitato a Lahore. Anche loro con una casa in uno dei quartieri “protetti” per i dipendenti del governo, erano stipati in quel periodo nella depandance perché avevano ceduto la loro abitazione a un funzionario d’altro grado in visita.<br />
E dopo aver dormito due notti in una stanza privata con bagno, ho scoperto che tutti gli altri avevano dormito insieme, nella camera matrimoniale le donne e nel soggiorno gli uomini, per lasciare all’occidentale la privacy necessaria. Diciamo che da quelle parti tutto forse è criticabile ma non l’ospitalità, che è sacra. La vera scoperta però sono state le due figlie maggiori, una iscritta all’università di Lahore e l’altra al liceo. Hanno cominciato a chiacchierare e non la finivano più e io mi sono goduta ogni attimo. è stato come trovare due sorelle minori anche se, a dir la verità, in Pakistan ho più l’età per essere la loro mamma. Mi hanno fatto mille domande, hanno risposto alle mie perplessità, hanno cercato di spiegarmi al meglio cosa c’è di buono nell’essere musulmani e come gli insegnamenti di Maometto e Allah mostrino la giusta via, il giusto comportamento, anche nel rapporto di coppia. Ho parlato con loro come parlerei a una mia amica, come se avessero frequentato la mia stessa scuola e gli stessi ambienti, consapevoli però di quello che riserva il mondo. Dopo un’ora mi sembrava di conoscerle da sempre.<br />
Sadeeqa, discreta e sicura, si potrebbe definire una femminista, i suoi post su Facebook parlano di uguaglianza e rispetto, parlano di lotta per i diritti delle donne, descrivono una ragazza con un padre illuminato e fiero dell’intelligenza delle sue figlie e delle loro scelte. Con lei sono andata fino al Wagha Border, il confine con l’India, a vedere il cambio della guardia. Uno spettacolo coinvolgente con i suoi Rangers armati e in alta uniforme, alti e slanciati e fieri nella loro marcia che sembrava quasi una danza, con gli spalti pieni di gente che gridava “Pakistan, zindabad!” (Lunga vita al Pakistan) a ritmo di tamburi e con le bandiere che vengono deposte e poi nuovamente issate e i cancelli che si aprono e cancellano, per un attimo, quel confine. Esaltante, patriottico anche direi.</p>
<p>Tasneem invece, la minore delle due, mi ha riempito di piccoli regali e parla talmente veloce nel suo inglese perfetto che a volte mi perdevo dei pezzi. Ma se dovesse diventare un personaggio di quei telefilm che divora, come me, sarebbe il femminile di Raji in The Big Bang Theory, e lei “lo prende come complimento”. La adoro. è pratica e sveglia, dice che la vita è una sola e adora il caffè, non gliene frega niente di essere sempre elegante come la sorella e ha grandi occhiali neri che le cadono sul naso. Le piace la matematica e vorrebbe andare all’estero a studiare… secondo me diventerà ingegnere alla NASA.</p>
<p>Ecco, persone come loro rappresentano la svolta, il futuro spero, la crescita, perché credere in qualcosa è un diritto, avere un Dio è un diritto e anche sceglierlo. Ma essere musulmani non deve significare per forza essere cattivi, estremisti o avere una visione distorta della vita e del mondo. Significa essere buoni praticanti, alzarsi alle 5 del mattino per pregare mentre il sole sorge e rispondere al richiamo delle moschee. Significa mangiare solo cibi con etichetta “halal” e tentare di sopravvivere in questa terra piena di pregiudizi e giudizi, come fanno tutti. </p>
<blockquote><p>persone come loro rappresentano la svolta, il futuro spero,</br>la crescita, perché credere in qualcosa è un diritto, avere un Dio è un diritto e anche sceglierlo</p></blockquote>
<p>I comportamenti ottusi e irritanti e stupidi e disprezzabili li ho notati per lo più nelle persone incolte, negli zotici che usano l’Islam come scusa per sottomettere, come specchio per le allodole, a comando, quando gli fa comodo, quando li rende superiori, senza però poi abbracciarne i doveri e i comportamenti. Che siano ricchi o indigenti quello che riesco a provare per questi analfabeti nell’anima, e parlo essenzialmente di uomini, è disgusto, disprezzo e indignazione.  </p>
<p>Mi ripeto forse, ma è l’ignoranza che crea le prigioni della mente e la cieca obbedienza alle cause sbagliate, è la disperazione che trova adepti per atti di guerra e terrorismo, è la paura che etichetta paesi e popoli, è l’arroganza che chiude il cerchio. E se ci vai, in quei paesi, le senti addosso, ignoranza, disperazione, paura e arroganza.<br />
Come la polvere, come la camicia che si appiccica alla pelle in un pomeriggio di agosto.<br />
Inarrestabili, come i cavalieri dell’apocalisse.</p>
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		<title>Due matrimoni e un funerale.</title>
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		<pubDate>Tue, 21 Jun 2016 21:15:34 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La stagione dei matrimoni in Pakistan è l’inverno e i primi giorni ne ho visti 2. Nel giro di una settimana avevo assistito, mio malgrado, anche a un funerale. Negli stati musulmani il matrimonio è l’unico modo per cominciare una vita di coppia ed è regolato, come altre questioni famigliari, dalla sharia, la legge sacra. [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La stagione dei matrimoni in Pakistan è l’inverno e i primi giorni ne ho visti 2.<br />
Nel giro di una settimana avevo assistito, mio malgrado, anche a un funerale.<br />
Negli stati musulmani il matrimonio è l’unico modo per cominciare una vita di coppia ed è regolato, come altre questioni famigliari, dalla sharia, la legge sacra.<br />
Il Pakistan poi, in quanto Repubblica Islamica, esercita la legge divina anche nei casi penali, potere temporale e spirituale sono in qualche modo uniti e mi riportano all’antichità.<br />
La sharia segue i dettami del Corano e della Sunna, racconti e detti sulla vita del profeta Maometto. Il problema è che il Corano è difficile da interpretare perché scritto per parabole e la Sunna… bè la Sunna è un po’ meno divina e attendibile perché gli “hadith”, i resoconti, erano tramandati verbalmente e le fonti spesso erano indirette e non potevano essere controllate. Gli stessi studiosi musulmani stanno cercando di capire quali fossero affidabili e quali no, quali abbiano dato inizio a tradizioni false e illegittime che vengono tutt’ora perpetrate nelle aree più rurali.<br />
Secondo la legge di Allah la pena di morte sembra essere lecita per 4 motivi: l’omicidio ingiusto, l’adulterio, la bestemmia e l’apostasia, cioè l’abbandono dell’Islam, la conversione ad altra religione.<br />
L’adulterio viene castigato con la lapidazione e sebbene diretta a entrambi i peccatori, il più delle volte solo la donna viene uccisa a sassate.</p>
<blockquote><p> [..] La sharia, applicata nella sua totalità, viola tantissimi diritti internazionali dell’uomo [..] </p></blockquote>
<p>La sharia, applicata nella sua totalità, viola tantissimi diritti internazionali dell’uomo ma non so dire esattamente in quale misura o in quali circostanze il governo se ne serva. La disciplina giurisprudenziale che interpreta questa legge non deve essere una materia semplice da assimilare ed esercitare e mi chiedo sempre che ruolo abbia la corruzione e il credo personale di giudici e avvocati. Quello che è certo, quello che anche il mondo testimonia è che pratiche come la lapidazione non siano state ancora abolite, come anche il vero e proprio linciaggio in caso di disobbedienza o disonore verso la famiglia.<br />
Ma anche se la stampa internazionale denuncia a ragione i fatti più aberranti, io credo che, ancora una volta, il livello culturale, gli studi e l’estrazione sociale facciano la differenza nei pensieri e nelle azioni. Tuttavia le tradizioni restano una parte fondamentale di questo paese pieno di contrasti e ad oggi le unioni sono ancora per la maggior parte combinate, nelle zone meno urbane addirittura designate tra minorenni. Eppur qualcosa sta cambiando e ci sono diversi ragazzi e ragazze che ormai scelgono chi sposare e quando, nel rispetto della famiglia e della “casta”, concetto simile ma diverso dal sistema indiano.</p>
<p>Ho conosciuto una giovane donna, intelligente e ben educata che ha appena messo al vaglio della famiglia il suo ragazzo e ha ottenuto il permesso di convolare a nozze.</p>
<p>Anche lo stile e il rituale delle celebrazioni è diverso a seconda delle aeree, del grado sociale e della disponibilità economica dei partecipanti. Quelli a cui ho assistito io si tenevano a Sargodha, una cittadina di provincia a nord est e gli invitati erano divisi in due sale, una per gli uomini e una per le donne, con relativi ingressi. Mi hanno spiegato però che in città spesso il salone è comune e il ricevimento, come anche i vestiti, assumono un aspetto più occidentale.<br />
Il primo matrimonio si teneva al riparo di un enorme tendone, il secondo nel locale di un hotel diviso a metà da separé dove, per i primi venti minuti, donne, vecchie e ragazzine si erano accalcate a sbirciare l’altro lato.<br />
Il clou dei tre giorni di festa consiste essenzialmente nell’attesa della sposa, alcune volte davvero troppo lunga. Non si mangia, non si brinda perché l’alcool è proibito e non si balla, si aspetta. Si chiacchiera, si spettegola e quando finalmente la sposa entra al braccio del promesso si studiano i vestiti e i gioielli preziosi, chili di braccialetti e collane d’oro che sottolineano la potenza della famiglia e “dell’alleanza”, si ammira il make up da diva che nasconde la pelle scura e colora di rosa le guance, disegna la bocca e incornicia gli occhi con lunghe ciglia finte e kajal nero.</p>
<blockquote><p> [..] Le donne si accalcano, le ragazzine sognano, le bambine restano a bocca aperta, le vecchie sperano finalmente di poter mangiare [..] </p></blockquote>
<p>Le donne si accalcano, le ragazzine sognano, le bambine restano a bocca aperta, le vecchie sperano finalmente di poter mangiare. Smartphone e cellulari scattano impazziti e seguono la coppia fino al tavolo preposto, solitamente su una specie di palchetto, dove si scambieranno le promesse e dove risponderanno per tre volte sì all’Imam.<br />
Lo sposo a volte sembra proprio il principe di uno di quei racconti da mille e una notte, il cappello a turbante, i baffi curati e la pelle fieramente olivastra, la giacca su misura e la fascia in diagonale.<br />
Nel secondo matrimonio la gente continuava a far passare banconote di piccolo taglio davanti alla sua testa, come a scacciare gli spiriti, e a quanto ho capito queste banconote sarebbero poi state destinate alla povera gente, in modo che tutti siamo felici abbastanza da augurare un futuro radioso.</p>
<p>Alcune volte la sposa si fa attendere troppo a lungo, secondo il papà di Haya una grande mancanza di etichetta, e allora si comincia a mangiare. Gli uomini vengono, nemmeno a sottolinearlo, serviti per primi e mi è stato detto che c’è una ragione diversa dalla banale sottomissione religiosa. Loro non buttano il cibo, mettono nel piatto solo quello che mangiano e non avanzano nulla. Le donne invece tendono a servirsi troppo in abbondanza e lasciano le pietanze a metà e quindi un sacco di avanzi, tanti che poi si rischierebbe di non poter soddisfare l’altra parte delle festa.<br />
Appena viene aperto il buffet comincia una specie di guerra per accaparrarsi almeno un assaggio di ogni portata… forse dopotutto hanno ragione, perché tonnellate di cibo rimangono nei piatti e nei vassoi, anche se non ho potuto controllare la parte maschile. In mezz’ora la baraonda finisce, i dolci e l’immancabile te Chai concludono il pasto e la gente si disperde riunendosi all’altra metà.</p>
<p>Una sera tornando da Islamabad i miei ospiti son dovuti invece passare a porgere le condoglianze per la morte di una ragazza loro parente, bruciata viva mentre accendeva un generatore di corrente. E io non potevo che seguirli.<br />
Aveva solo 23 anni la sfortunata e due bimbi piccoli. Le si poteva porgere l’ultimo saluto entrando in un cortile dove il suo corpo, già pronto per la sepoltura, era adagiato su uno di quei letti a giorno intessuti in corda. Mi han raccontato che la salma viene esposta affinché sia di memento per tutti che la vita e, soprattutto la morte, sono nelle mani di Allah.</p>
<p>Il corpo era stato lavato e vestito totalmente con abiti bianchi, colore del lutto da queste parti come nel sud-est asiatico e anche il viso era coperto.<br />
Almeno un centinaio di donne con il loro scialle stretto sul capo erano accalcate attorno al talamo della defunta, una folla disperata e compatta.<br />
Alcune di loro, probabilmente la mamma e le sorelle, si battevano il petto così forte che i colpi rimbombavano, urlando e piangendo allo stesso tempo. Anche le altre donne piangevano e gridavano e pregavano, muovendosi insieme in un’unica onda di lamenti e suoni che mi hanno fatto accapponare la pelle. E quando sono arrivati il marito e il padre tutto è cresciuto d’intensità, come se quello sfogo collettivo potesse far sparire il dolore o cambiare un destino già compiuto.</p>
<p>Sono entrata nella corte anche io, non potevo rimanere fuori insieme alla fila di uomini in attesa che mi guardava con accusa e curiosità mal celate. Ero bardata con mia sciarpa e il mio cappellino nero di lana calato fin sugli occhi ma comunque non sono passata inosservata e dopo 5 minuti mi han fatto uscire. Uno dei parenti di Yazid mi controllava a vista casomai decidessi di fare qualche cosa insensata, tipo tirar fuori la macchina fotografica, ma comunque Il paesino era troppo piccolo per tollerare a lungo una straniera in un momento così delicato e io, da parte mia, non volevo spiare qualcosa di così privato. Mi sono sentita a disagio e indifesa. Mi sono sentita fuori luogo perché i nostri funerali sono silenzio e singhiozzi soffocati e il dolore rimane dentro, come se esternarlo troppo sia quasi una mancanza di rispetto.E laggiù, nella notte fredda di gennaio, il lamento lugubre era così straziante che riempiva le stradine strette, era così esposto che quasi mi imbarazzava, come una scena a cui non avrei dovuto assistere. Da un lato mi sarebbe venuto spontaneo farmi il segno della croce e pregare ma l’istinto predominante era la spinta a scappare, ad andarmene il più in fretta possibile.<br />
La salma è stata trasportata fino al cimitero in spalla agli uomini più cari della famiglia, mentre la processione all’unisono pregava Allah, guidata dalle parole dell’Imam.<br />
<blockquote> [..] E laggiù, nella notte fredda di gennaio, il lamento lugubre era così straziante che riempiva le stradine strette, era così esposto che quasi mi imbarazzava, come una scena a cui non avrei dovuto assistere [..] </p></blockquote>
<p>Mi han fatto salire in macchina mentre il corpo veniva deposto in una bara già predisposta e seppellito. Il funerale viene celebrato il giorno stesso della morte perché così insegna Allah e sicuramente anche per evitare le malattie.<br />
Tre giorni dopo parenti e amici si sarebbero ritrovati a pranzare tutti insieme per ricordare, pregare e intercedere per l’anima di quella ragazza. E ancora dopo 14 giorni.<br />
Agli uomini non è dato sapere cosa ci sia oltre la morte, quale sia il viaggio ultimo dell’anima. Solo Allah che è onnipotente conosce la verità e Allah dice che se si vive secondo il Corano, nulla c’è da temere.</p>
<p>Mi han spiegato che il cuore di noi tutti appartiene all’Islam, tutti nasciamo come figli di Allah ma i genitori, gli amici, l’ambiente e la vita ci possono far allontanare dalla vera fede e sta a noi tornare a lui. I cattolici, i non credenti, tutti coloro che non cercano l’Islam&#8230; bè, Haya afferma che pregherà per me ma non ho molte speranze. Credere nel nostro Dio non è abbastanza, la Bibbia è stata scritta dall’uomo e quindi è fallibile mentre il Corano è stato dettato al Profeta senza che lui ne interpretasse le parole. Quindi è verità. Haya usa la sua fede come uno scudo e a volte ci si avvolge dentro come se fosse un plaid. Eppure la vedo pregare solo durante il Ramadan, eppure mi sembra che a volte quell’Inshallah lo vorrebbe cambiare.</p>
<p>Comunque sia, la morte fa paura, in Pakistan come a Milano, soprattutto per l’incognito che porta. Comunque sia è chi rimane che cerca conforto nella religione e nella speranza che la fine della vita non sia oblio o addirittura inferno. Ma Allah è benevolo e generoso e nel giudicare quella ragazza probabilmente le aprirà le porte del paradiso.</p>
<p>È curioso che in tutti i culti a me noti esista il paradiso, che si tratti di nuvole e cielo o di redenzione e illuminazione. Che si tratti di cristiani, musulmani, induisti o buddisti. È curioso che la chiave ne sia sempre il bene, le buone azioni, una vita in accordo con le regole del proprio credo.<br />
È curioso che il mondo continui a combattere, litigare e morire in nome delle differenze, quando le similitudini sono così tante.</p>
<blockquote><p> È curioso che il mondo continui a combattere, litigare e morire in nome delle differenze, quando le similitudini sono così tante.</p></blockquote>
<p>Una ragazza che ho conosciuto durante il mio viaggio, pakistana, musulmana, praticante, in gamba e di buona famiglia ha condiviso un post su Facebook, che dice:<br />
&#8211; …quella sera aprii sul mio grembo un atlante e sfiorando con le dita il mondo gli chiesi: “Dove ti fa male?” E il mondo rispose: “Dappertutto, dappertutto, dappertutto.” &#8211;</p>
<blockquote><p> [..] quella sera aprii sul mio grembo un atlante e sfiorando con le dita il mondo gli chiesi: “Dove ti fa male?” E il mondo rispose: “Dappertutto, dappertutto, dappertutto.”</p></blockquote>
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		<title>Bello e Brutto.</title>
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		<pubDate>Tue, 19 Apr 2016 06:06:16 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Le mattine sono lente e pigre. I pakistani si alzano tardi, gli uffici aprono tardi, persino il sole esce dalla foschia solo dopo le dieci. Oggi saremmo dovuti partire verso le nove ma all’una stiamo ancora girando per Sargodha. I programmi cambiano dalla sera alla mattina ed è quasi impossibile organizzarsi. A colazione bevo succo [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Le mattine sono lente e pigre. I pakistani si alzano tardi, gli uffici aprono tardi, persino il sole esce dalla foschia solo dopo le dieci. Oggi saremmo dovuti partire verso le nove ma all’una stiamo ancora girando per Sargodha. I programmi cambiano dalla sera alla mattina ed è quasi impossibile organizzarsi.</p>
<p>A colazione bevo succo fresco di arance appena colte nei frutteti della famiglia di Yazid, piccoli frutti succosi e profumatissimi. La natura fuori da Sargodha è rigogliosa, un mondo diverso dalle strade sporche e polverose che ho percorso fino ad oggi. I filari si estendono per ettari, alberi bassi carichi di arance che sembrano essere le migliori del mondo, esportate in Russia, Iran, Iraq e soprattutto in America. Sargodha si distingue per i suoi agrumi e diverse sono le aziende di stoccaggio e logistica. Le nostre arance siciliane ottengono solo il secondo posto.<br />
L’altro giorno siamo andati a visitare alcuni poderi e ho incontrato cugini, fratelli, zii. Ogni famiglia in campagna ha una casa con una corte interna, i bagni hanno spesso sia il water che la turca per cortesia verso chi non è abituato all’uno o all’altra, le camere sono spoglie con letti semplici dalla struttura in legno e il pianale intessuto in corda. Solo in città si usano reti, materassi e, qualche volta, lenzuola. La gente spesso dorme direttamente a contatto con le coperte, morbide e pesantissime, difficili da lavare. Nessuno ha il riscaldamento, nei mesi più freddi si tirano fuori delle stufette alimentate a metano e si attacca una prolunga di gomma direttamente al rubinetto di un tubo del gas, predisposto nelle stanze. Nelle case più grandi la stufa è fissa e prende il posto del camino.<br />
A Sargodha si è sparsa la voce del mio arrivo e tutti vogliono invitarmi a casa loro, interessati, ospitali e gentili, incuriositi da me. I bambini mi osservano sfacciatamente, le donne con lo sguardo un po’ nascosto dagli scialli che portano per coprirsi il capo. Lo stile dei loro vestiti ricorda molto quello indiano, raramente ho visto signore con il burka, la testa completamente coperta o vestite in nero. I colori sono sgargianti, gli abiti finemente intessuti con lana pregiata e calda o con cotone e seta, almeno per chi se lo può permettere.<br />
In ogni casa che visitiamo ci offrono un aperitivo, un pranzo, una merenda, uova sode, biscotti, frutta secca, canna da zucchero… sempre accompagnati dal loro te, il chai, dolce e morbido al palato, preparato con latte corposo appena munto. Haya mi spiegava che i ricchi mettono le foglie a bollire direttamente nel latte, mentre i poveri lo allungano con acqua. In città si usa di più quello scremato o in polvere e il risultato è un po’ più leggero. Cerco sempre di assaggiare qualcosa in segno di rispetto ed educazione, ma il secondo giorno trascorso in Pakistan ho fatto colazione due volte, ho assaggiato un aperitivo, pranzato e cercato di evitare le successive tre merende.<br />
E per non farmi mancare nulla ho cenato a un matrimonio e ne sono diventata l’attrazione principale. Tutti i bimbi e le ragazze hanno voluto fare una foto con me e il tam tam su facebook è durato fino a sera tarda.<br />
Il cibo pakistano è essenzialmente cibo indiano ed è buono, ricco di carne di pollo, montone e capra, speziato e molte volte troppo piccante per il mio stomaco. Friggono un sacco di cose, soprattutto pesce e verdura e spesso la pastella è di farina di ceci. Il riso è onnipresente e il pane tipico non lievitato, Naan o Roti, anche. I dolci sono il più delle volte a base di latte, zucchero e frutta secca, ipercalorici ma buonissimi. Ogni regione, distretto e città ha qualcosa di tipico.</p>
<p>Sargodha è nella provincia del Punjab e la si può definire un grande villaggio. La vita segue un po’ le regole della campagna e non ci sono grandi centri commerciali o negozi internazionali ma alimentari più piccoli con pile di alimenti accatastati lungo le pareti. È facile avere frutta appena colta dagli alberi e latte freschissimo, consegnato porta a porta con motorini attrezzati con due grandi taniche sui lati. Buona parte delle case sembra uscita da un cartone animato post nucleare, tipo Ken il Guerriero. I muri color sabbia un po’ sgretolati, i tetti a terrazzo mai terminati, pieni di macerie e sporcizia, il vento che alza nuvole di polvere dalle strade, spesso ancora in terra battuta, i tralicci dell’elettricità con i fili aggrovigliati e discontinui, i panni lasciati stesi ad asciugare che sventolano come bandiere di resa, il sole velato da una foschia persistente. Ma invece di un silenzio post apocalittico e dell’assenza di anime, le vie principali brulicano di suoni, rumori e vita. Macchine, trattori con carichi così enormi da essere ridicoli, camion coloratissimi dipinti a mano, carretti trainati da asini, cavalli o dromedari, tuk tuk e Qingqi, moto, biciclette e risciò. E ai lati non mancano capre, mucche, baracchini che vendono street-food, mendicanti, vecchi, operai.<br />
Sembra lo showroom di tutto ciò che puoi trovare in Asia.<br />
I corsi principali di paesi e città sono sempre divisi da uno spartitraffico alto mezzo metro per disciplinare un po’ il flusso, in modo che almeno si segua un verso di percorrenza. Quasi tutti guidano come pazzi, clacson a manetta, frenate brusche e accelerazioni improvvise, zig zag isterico e precedenza nulla. Nessuno indossa la cintura e quando l’ho infilata io, quasi li offendevo. Nessuno indossa il casco, tranne a Islamabad, ma a Islamabad tutto è diverso.<br />
Le moto, come in Cambogia, sono le station wagon dei poveri, un’intero nucleo famigliare può viaggiarci per chilometri, con pacchi e bambini. Le famiglie benestanti viaggiano in macchina e hanno spesso un driver ma questo non vuol dire che sia in grado di guidare davvero, soprattutto se è abituato alla pianura e lo si porta in montagna.</p>
<p>Nel mio viaggio ho passato ore seduta sui sedili posteriori e ho avuto tempo sufficiente per osservare questa vita disordinata, i negozi aperti sulla strada con ogni genere di mercanzia, gli anziani seduti a bere un te, i mercati pieni di arance impilate e guava un po’ ammaccati, le bancarelle con carote rosse e rape già tagliate in sacchetti take away, le moschee con gli altoparlanti gracchianti, gli studenti in divisa all’uscita delle scuole, saracinesche chiuse con scritte incomprensibili e cartelloni pubblicitari dipinti direttamente sui muri.</p>
<blockquote><p> [..] Avrei voluto scendere da quella macchina e camminare, fermarmi e fotografare ogni cosa, perdermi un attimo nel caos e nel rumore assordante [..] </p></blockquote>
<p>Avrei voluto scendere da quella macchina e camminare, fermarmi e fotografare ogni cosa, perdermi un attimo nel caos e nel rumore assordante. Ma camminare non va bene, chi può va in giro in auto e noi avevamo addirittura una vettura privata della polizia perché il padre di Yazid è un agente d’alto grado in pensione. Camminare non sta bene, soprattutto se si tratta di una donna che deve essere sempre accompagnata.<br />
Il Pakistan non è pericoloso ma meglio non rischiare, meglio coprirsi la testa altrimenti potrebbero non rispettarti, altrimenti potrebbero non rispettare nemmeno l’altra donna che è con te, meglio non attirare l’attenzione, soprattutto se si è in qualche quartiere povero, oppure in qualche villaggio lontano dalle città, dove la gente non vede mai bianchi in giro e forse non guarda nemmeno la televisione. Il Pakistan non è pericoloso ma nessuno passeggia. A parte in alcuni settori delle grandi città, i settori protetti ad accesso limitato, i settori dove vivono le famiglie di chi fa parte dell’esercito e della polizia, i settori della gente che conta, i settori della gente che manda i figli all’università o all’estero e dove la corrente e il gas vengono sì tagliati, ma solo ad ore specifiche della giornata.</p>
<p>Sono riuscita a scattare un paio di foto a persone comuni e Haya mi ha chiesto perché volessi sempre fotografare i poveri, gente con abiti da lavoro sporchi, perché li trovassi così interessanti. L’ho contraddetta e le ho chiesto di mostrarmi altro e più in là ho anche avuto l’opportunità di fotografare altro, ma le ho spiegato che alcune facce sono uniche, hanno la vita tracciata sul volto, la pelle adusta che racconta le difficoltà, gli occhi scuri ancora pieni di orgoglio.</p>
<blockquote><p> [..] alcune facce sono uniche, hanno la vita tracciata sul volto, la pelle adusta che racconta le difficoltà, gli occhi scuri ancora pieni di orgoglio [..] </p></blockquote>
<p>Le ho spiegato che per me raccontano il Pakistan ma lei sembrava seccata, come se volessi scrivere la storia sbagliata, come se il Pakistan fosse meglio rappresentato dai matrimoni sfarzosi della classe media e dalle alte montagne, dalle famiglie benestanti e dalle università internazionali, dagli imponenti edifici governativi di Islamabad e dalle moschee storiche di Lahore. Voleva mostrarmi il meglio e io invece le chiedevo la realtà. E la verità è che in Pakistan la povertà è ingombrante, il 35% della popolazione vive al di sotto della sua soglia, ancora tantissimi bambini non hanno accesso all’istruzione e a cure mediche, la poliomielite esiste tutt’ora, la religione porta spesso intolleranza verso le minoranze. I diritti umani vengono violati in continuazione, soprattutto quelli di donne e bambini e sebbene io non abbia visto maltrattamenti veri e propri, molte discussioni e molti atteggiamenti mi erano semplicemente intollerabili, completamente insensati e secondo me assolutamente dettati dall’ignoranza più che dalla devozione. Non sono una femminista ma più di una volta ho trattenuto una risposta sarcastica o una risata di scherno. Mi sono sforzata di stare zitta senza prendere le parti di nessuno perché l’istinto tende alla conservazione e io, dopotutto, ero in terra straniera, la mia Visa sponsorizzata da un uomo pakistano. In una terra al 97% musulmana, in una terra dove di fatto le donne non hanno nemmeno lontanamente gli stessi diritti dell’altro sesso, dove gay e lesbiche ancora non esistono, almeno pubblicamente, perché sarebbero perseguibili per legge. Posso però scrivere ora che alcuni uomini sono ridicoli, così impegnati a sottolineare la propria superiorità per diritto divino che si dimenticano di seguire i semplici precetti della loro fede ma al contempo sono bene attenti a imporre alle donne quelli che più gli fanno comodo. Sono ridicoli perché per esempio non fanno sedere davanti in macchina una signora che non si sente bene, sarebbe “irrispettoso”, ma poi non si sognano lontanamente di alzarsi dal letto alle 6 di mattina per rispondere al richiamo delle moschee e saltano pure la preghiera di mezzogiorno. Però se a una ragazza scivola lo scialle dalla testa in pubblico le tirano un’occhiataccia.</p>
<blockquote><p> [..] Voleva mostrarmi il meglio e io invece le chiedevo la realtà [..] </p></blockquote>
<p>Ho scritto alcuni, perché ho incontrato altrettante persone per cui la religione è tutt’altro che un limite o uno strumento discriminante, non è un’arma o un pretesto ma un punto di forza e una scelta di vita. Un modo di vivere etico a dire il vero e il Corano è un libro dove trovare risposte e dove imparare il rispetto.</p>
<p>Durante il mio viaggio ho incontrato gente di diverse classi sociali, con storia ed educazione differente, poliziotti d’alto grado e donne con doppio passaporto, funzionari del governo pluri-laureati e ragazze di buona famiglia. Non c’è voluto molto a capire che è l’ignoranza che distorce le cose, è l’ignoranza il vero nemico, non l’Islam e i suoi precetti, non Maometto e i suoi scritti. Le masse sono facilmente influenzabili perché gli manca tutto e muoiono di fame. Non hanno cultura e spesso nulla da perdere e il governo li lascia a sé stessi, come i monumenti Moghul che si stanno sgretolando al sole.</p>
<p>Pakistan significa “Terra dei Puri”, ma di puri ne sono rimasti pochi e l’ignoranza è una bomba pronta a esplodere, la povertà una miccia che sta già bruciando. Facile saltare tutti in aria. </p>
<p><a href="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2016/04/BruttoeBello4.jpg"><img src="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2016/04/BruttoeBello4.jpg" alt="BruttoeBello4" width="567" height="378" class="alignnone size-full wp-image-5276" /></a></p>
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		<title>Ladakh. La terra degli alti passi.</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Sep 2015 21:01:34 +0000</pubDate>
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				<content:encoded><![CDATA[<p>Sono arrivata a Leh il 2 di agosto per via aerea, da Delhi.<br />
Un’ora e mezza di volo che mi hanno portata a 3500 metri di altezza, in un posto che poco ha a che fare con il resto dell’India e che vive protetto dalle catene montuose del Karakorum e dell’Himalaya, onde rocciose che si estendono a perdita d’occhio. Il Ladakh è una regione lontana i cui tratti richiamano Nepal e Tibet, con cui confina, insieme alla Cina e al Pakistan. Questo “Piccolo Tibet” viene anche chiamato “la Terra degli Alti Passi” e le sue strade mi hanno portata sul più alto valico carrabile al mondo, il Kardung-La. 5602 metri che superano anche il campo base dell’Everest… non credo andrò mai più in alto di così.</p>
<p>La strada è tortuosa e a strapiombo sulla montagna, qua e là si incontrano carcasse arrugginite, Yak che pascolano pacifici, agili e riconoscibili nel manto nero di pelo lungo, e qualche pastore che risale la china con muli recalcitranti. Questa via che collega Leh alla valle di Nubra è sempre aperta anche d’inverno, quando diventa quasi una galleria tra pareti di neve ghiacciata.<br />
La natura potente, gli scenari mozzafiato e i nomi difficili mi fanno pensare a ere lontane o a luoghi dove possano vivere ancora creature scomparse, protagoniste di quelle storie che diventano saghe.</p>
<blockquote><p>La natura potente, gli scenari mozzafiato e i nomi difficili mi fanno pensare a ere lontane o a luoghi dove possano vivere ancora creature scomparse, protagoniste di quelle storie che diventano saghe.</p></blockquote>
<p>A 3500 metri di altezza le valli Ladakhi si aprono allo sguardo verdi e rigogliose, come oasi in mezzo al deserto, con pioppi alti da sembrare cipressi, salici e frutteti di albicocchi. Le albicocche sono piccole ma dolci e la varietà con il nocciolo chiaro è quella più dolce. Le si possono trovare appena colte o essiccate al sole, oppure sotto forma di marmellata. I giardini degli hotel e delle case sono pieni di fiori, gerani di tutti i colori e papaveri. Il resto delle valli è ricoperto da campi d’orzo e il cielo è azzurro intenso con nuvoloni bianchi di zucchero filato, perfetti da fotografare. Ma in piena estate, persino a 5602 metri, rimane a stento qualche lingua ghiacciata e solo in lontananza si scorgono le vette più alte, sempre innevate.</p>
<p>Il Ladakh è una terra difficile e si apre ai turisti poco più di 4 mesi all’anno quando, al disgelo, diventa percorribile la strada da Manali, con le sue 18 ore di curve interminabili. E’ un modo come un altro per raggiungere Leh, acclimatandosi gradualmente all’altitudine e alla ridotta pressione barometrica. Il nostro corpo è una macchina straordinaria, si abitua in un tempo ridotto a essere ugualmente efficiente a quell’altezza, elimina i liquidi, densifica il sangue, aumenta la concentrazione di globuli rossi. Ma non bisogna avere fretta. Arrivando in aereo ci vuole almeno un intero giorno di completo riposo, se si vuole evitare il mal di testa lancinante che ho avuto io dopo il pomeriggio passato a bighellonare per la città. Bisogna aspettare. </p>
<p>ll periodo estivo solitamente è poco piovoso ma quest’anno 4 giorni di temporali sono bastati a creare alluvioni e allagamenti, frane e strade bloccate, paesini e abitazioni semi sotterrati da slavine di terra e rocce. Scendendo dal passo del Kardung-La verso Nubra, ho visto case divelte a metà con stoviglie, letti e mobili che pendevano dall’interno, abitazioni sommerse dal fango, tanti piccoli ristoranti a cui sono rimaste solo le quattro mura esterne.<br />
L’acqua scende ovunque trovi un passaggio, piccoli torrenti si creano dal giorno alla notte, invadono strade e creano cascate sulle pendici delle montagne. Il paesaggio muta e mentre i turisti guardano un po’ ammaliati la forza della natura, la gente del posto osserva preoccupata i torrenti ingrossati e lavora duramente per liberare le vie di collegamento tra i paesini e per far passare il bus giallo che porta a scuola tutti i bimbi della valle. In questa regione remota l’unione fa la forza e mentre la metà della popolazione è arruolata nell’esercito o nella protezione civile, il resto aiuta spazzando le strade con scope improvvisate e sposta pietre a mani nude.</p>
<p><a href="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2015/09/Ladakh-3.jpg"><img src="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2015/09/Ladakh-3.jpg" alt="Ladakh-3" width="567" height="375" class="alignnone size-full wp-image-5265" /></a></p>
<p>I ladakhi sono forti e coriacei, la pelle è scurita dal sole e irrobustita dalle intemperie, le guance quasi livide dei bambini sembrano disegnate con belletto e fuliggine. Ritratti esotici che incantano e hanno fatto la fortuna di fotografi come Steve Mc Curry. La povertà è di casa ma la gente è accogliente e generosa, le loro mani ruvide spesso offrono pane appena fatto o frutta appena colta.<br />
Le case più semplici sono costruite con mattoni di fango, le altre in pietra e cemento. Il bagno, soprattutto nelle campagne, rimane separato e consiste, tradizionalmente, in una latrina per il compostaggio dove si usa la sabbia al posto dell’acqua corrente. Spesso l’intera famiglia vive in una o due stanze che d’inverno vengono riscaldate dal braciere centrale alimentato da sterco secco di yak o di mucca. </p>
<p>I loro piatti tradizionali spaziano dalla carne di montone alle verdure cotte più o meno piccanti, ai noodles larghi e alle zuppe d’orzo, fino ai ravioli farciti di carne o verdure che si chiamano “momo” e assomigliano a quelli cinesi. La cultura Buddhista è talmente predominante che quando si discute di piatti con carne si parla di cibo “non vegetariano”. Prima di una cena, durante una pausa, soprattutto d’inverno, ogni momento è buono per sorseggiare il Pocha, tradizionale tè al burro. Caldo, salato e iper energetico si prepara mescolando acqua calda, foglie di tè verde forte, sale e burro di Yak. Ha un gusto inaspettato ma è piacevole e morbido. Prima di berlo bisogna soffiarci sopra per togliere il velo oleoso che rimane in superficie e va assaporato un sorso alla volta. Dopo ogni sorso la tazzina deve essere posata sul piatto e viene riempita nuovamente dall’ospite, fino a quando ci si accomiata e lo si può finire. I locali se lo portano in giro in grossi termos e i monaci lo bevono lungo tutta la giornata e ne ricavano l’energia necessaria nelle ore di digiuno legate alle celebrazioni sacre. </p>
<p>Il paesaggio in Ladakh è colorato dalle bandiere di preghiera del buddismo tibetano, chiamate “Tar Chok”. Blu, bianco, rosso, verde e giallo si susseguono legati a un filo e stanno a indicare il cielo e lo spazio, l’aria e il vento, il fuoco, l’acqua e la terra. Sono chiamate anche “Cavalli del Vento”, dal nome tibetano “Ta Lung” e sopra di esse sono stampati i mantra, preghiere che il vento porta con sé, lontano, benedicendo e proteggendo, riempiendo lo spazio ben oltre il luogo dove sono state appese. Le si possono trovare nei luoghi che sono ritenuti sacri, come il confluire di due fiumi, nei monasteri, legate alle stupa, in cima ai valichi delle montagne e sui ponti ma anche sui tetti delle case buddiste, nei giardini, sulle macchine. Tar Chok nuovi si aggiungono a quelli vecchi e logori e insieme simboleggiano il benvenuto ai cambiamenti nella vita.<br />
Alcune volte queste bandiere riportano scritto solo il primo dei mantra “Om Mani Padme Hum”, il più potente. Bisogna ripeterlo almeno 100 volte al giorno, purifica la mente, il corpo e il linguaggio, ispira i devoti a elevare se stessi. L’ho ripetuto nella mia testa 1000 volte per non dimenticarlo e l’henné nero l’ha marcato sul mio avambraccio con i caratteri sinuosi della lingua Ladakhi. Ma si è scolorito talmente in fretta che mi chiedo se il vento non me lo abbia rubato.</p>
<blockquote><p>Il paesaggio in Ladakh è colorato dalle bandiere di preghiera del buddismo tibetano [..] Sono chiamate anche “Cavalli del Vento&#8221; e riportano scritto solo il primo dei mantra “Om Mani Padme Hum”, il più potente</p></blockquote>
<p>Il Ladakh è diverso da tutto quello che io abbia visto fino ad ora, è il rifugio del buddismo tibetano, è una terra di monasteri e di trekking in alta quota, un paese dove si possono mettere alla prova i propri limiti fisici e spirituali, alla conquista di qualcosa che va al di là di una vetta. Che la gente si vesta da scalatore o da guru in ciabatte e canotta, che soggiorni in un buon hotel o in una stanza da 500 rupie nella parte israeliana di Leh, forse arriva qui per dare uno sguardo alla propria anima, in cerca di se stessa o di un sussurro nella quiete delle montagne.</p>
<p><a href="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2015/09/Ladakh-2.jpg"><img src="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2015/09/Ladakh-2.jpg" alt="Ladakh-2" width="567" height="375" class="alignnone size-full wp-image-5269" /></a></p>
<p>Quando fa buio le stelle quassù sembrano più vicine, il vento tra gli alti cipressi culla il mio sonno mentre un monaco studia la notte dalla cima del suo monastero. E’ come se riuscisse quasi a vederli, i migliaia di mantra che giocano e si rincorrono nell’aria, bisbigliando.<br />
A una a una le luci si spengono e solo le lampade ad olio dei templi continuano a bruciare. Vegliano nel silenzio e rischiarano l’oscurità con la luce della saggezza.</p>
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		<title>India. Varanasi.</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2015 05:30:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Varanasi è uno dei luoghi più sacri in India perché sorge tra due fiumi, come anche le città di Haridwar, Rishikesh e Allahbad, che si racconta ne abbia addirittura tre, uno sotterraneo. Varanasi è la Mecca degli indù ed è il luogo dove, chi può, sceglie di morire, perché morendo a Varanasi il ciclo delle [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Varanasi è uno dei luoghi più sacri in India perché sorge tra due fiumi, come anche le città di<br />
Haridwar, Rishikesh e Allahbad, che si racconta ne abbia addirittura tre, uno sotterraneo.</p>
<p>Varanasi è la Mecca degli indù ed è il luogo dove, chi può, sceglie di morire, perché morendo a Varanasi il ciclo delle reincarnazioni viene spezzato e l’anima può raggiungere finalmente il Moksha, la stessa illuminazione che i buddisti chiamano Nirvana.<br />
è la città consacrata a Shiva, divinità con il terzo occhio, Dio della distruzione dai cui capelli nasce il fiume Gange. Il fuoco di Shiva crepita sempre acceso e custodito nel cuore di ogni ghat crematorio, le pire ardono i cadaveri notte e giorno, tonnellate di legna vengono trasportate via fiume da Caronti scuri, sandalo per i più ricchi, mango profumato per gli altri. I più poveri si accontentano dei crematori statali elettrici. </p>
<blockquote><p> tonnellate di legna vengono trasportate via fiume da Caronti scuri, sandalo per i più ricchi, mango profumato per gli altri</p></blockquote>
<p>Varanasi è l’India di cui ho letto e ascoltato, è l’India che un po’ mi aspettavo, piena di colori, odori, rumori e povertà che si stempera nei sorrisi, mentre dondolano la testa per dire sì. E quel sì appare come un benvenuto, un invito a parlare, come se domandassero di cosa ho bisogno. Gli indiani hanno occhi intensi e profondi, la pelle è scura ma spesso colorata da linee bianche, ocra e rosse, segni variopinti in mezzo alla fronte che indicano uno dei Chakra e cambiano tonalità a seconda della divinità preferita.<br />
Perché gli induisti possono scegliere a che dio votarsi e ogni giorno della settimana è dedicato a uno di quelli principali. La nostra guida a Varanasi, Baba, prega Ganesh, divinità dalla testa di elefante e dio della fortuna e della buona sorte. Ogni giorno si alza alle 4 e mezza di mattina e fa il bagno nel Gange, recita i suoi mantra e si immerge nelle acque, non importa che sia inverno o estate, non importa che ci siano i monsoni o la stagione secca. Baba dice che nulla può tenere i più devoti lontano dalla Madre Gange che nella lingua Hindu si chiama Ganga.</p>
<p><a href="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2015/04/Varanasi-4.jpg"><img src="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2015/04/Varanasi-4.jpg" alt="#puja, #hinduism, #mother_ganga, #sunrise_ganga" width="567" height="378" class="alignnone size-full wp-image-5249" /></a></p>
<p>Mentre ci accompagnava il primo giorno per le vie addormentate dell’alba, Baba ci spiegava che si devono onorare quattro madri: la propria madre, la Dea Madre Terra India, la Dea Madre Ganga e la madre vacca, che è il più sacro degli animali perché produce latte ed è fonte di vita. Mucche, tori e vitelli camminano pigri per le città indiane e si spostano dal mezzo delle strade solo quando motorini, tuk tuk, risciò, macchine e pullman gli suonano impazziti. Gli indiani accarezzano queste bestie dolcemente, portandosi poi la mano alla testa e al cuore, gli offrono cibo e ricovero per la notte e dicono che sappiano ritrovare la strada di casa.<br />
Mentre procedevano verso i ghat, le gradinate che portano al fiume, Baba ci spiegava con orgoglio che lui è nato proprio lì, a Varanasi, la cui storia afferma abbia 3000 anni ma la cui leggenda ne racconta almeno 5000.</p>
<blockquote><p> Varanasi ha un che di medievale, soprattutto se la si osserva appena dopo l’alba, dal fiume, guardando i ghat che si perdono nella nebbia del mattino.</p></blockquote>
<p>Certo è che Varanasi ha un che di medievale, soprattutto se la si osserva appena dopo l’alba, dal fiume, guardando i ghat che si susseguono uno dopo l’altro e si perdono nella nebbia del mattino. Il fumo delle pire funerarie riempie l’aria di quelli crematori che si alternano alle altre scalinate, dove sari e stoffe colorate sono distesi ad asciugare. Uomini, vecchi e bambini si spogliano e si immergono una, due, tre volte nel fiume e ne bevono l’acqua recitando la puja, la preghiera rituale. I sacerdoti lucidano candelieri, incensiere e vasi e portandoli sopra la testa, verso il sole, ne lasciano cadere il contenuto, benedicendoli.<br />
Le donne si immergono in gruppo, colorano con le vesti sgargianti il Gange e appaiono come ancelle di una stessa regina. Le barche a remi risalgono la corrente pigramente, inseguite da centinaia di gabbiani stridenti e, sullo sfondo, i palazzi fortificati si rivelano maestosi nella luce dorata. Aspetto il richiamo di un corno, aspetto che sagome di guerrieri invadano l’orizzonte e che il falcone che rotea attorno alla torretta più alta si posi sul braccio del suo re.</p>
<p>La sera, appena dopo il tramonto, si accendono fuochi, bracieri e candele per dare inizio alla celebrazione in onore della Dea Madre Ganga, che si tiene ogni giorno di ogni settimana di ogni mese e il cui nome è Ganga Aarti.<br />
L’aria si satura dell’ incenso e dei canti rituali della puja. Il ritmo sordo dei tamburi tradizionali e<br />
delle tabla si accompagna al trillo scintillante di centinaia di campanelli. La musica invita e avvolge, i movimenti studiati dei sacerdoti ipnotizzano e chiamano l’anima a rispondere, in lontananza i falò dei ghat crematori risplendono nella notte e sembrano i fuochi di accampamenti alle pendici di una città sotto assedio.</p>
<p><a href="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2015/04/Varanasi-3.jpg"><img src="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2015/04/Varanasi-3.jpg" alt="#Ganga Aarti #India #gange" width="567" height="375" class="size-full wp-image-5248" /></a></p>
<p>Appena prima della Ganga Aarti le gradinate si riempiono di uomini, donne, santoni e sacerdoti, poveri e ricchi, indiani e musulmani, turisti e pellegrini, vecchi e bambini, curiosi e devoti, cani e gatti, capre e mucche, ambulanti e mendicanti, ladri e incantatori.</p>
<p>Migliaia di occhi sono puntati sulle piattaforme che diventano altari, dove i Bramini si esibiscono, tutti giovani e tutti belli perché fanno parte della casta più nobile, dice Baba, e non possono essere che belli. Grandi lampade di fuoco volteggiano creando scie nel cielo scuro, il profumo di sandalo inebria la mente e questa preghiera sembra quasi più un rito propiziatorio alla guerra che mistico e potente, assale i sensi.<br />
Mancano solo spade, cavalli e cavalieri in uno scenario che si ripete da secoli, forse da millenni.<br />
Le macchine fotografiche e gli smartphone alzati sono migliaia ma non guastano la solennità del momento. Al contrario, è come se l’amplificassero, ripetuta mille e una volta sugli schermi luminosi, come un tam tam che si propaga nella notte.<br />
Ma nessuna foto potrà mai cogliere il quadro generale, l’ottenebrazione che ne deriva, la spiritualità che si percepisce e il dipinto che si scolpisce nel cuore. L’essenza.<br />
Nessuna macchina fotografica potrà mai rubare l’anima di questa città e l’intensità di questa celebrazione che avvolge con i suoi mantra corali e si propaga e pulsa, viva, grazie non solo a chi guarda, ma soprattutto a chi partecipa e ripete e crede.</p>
<blockquote><p>e questa preghiera sembra quasi più un rito propiziatorio alla guerra che mistico e potente, assale i sensi [..] e come un tam tam si propaga nella notte</p></blockquote>
<p>Finita la preghiera, migliaia di persone tornano alle proprie case, hotel e capanne intasando le vie della città vecchia. Mentre cammino attenta a non pestare lo sterco sacro riesco a comprendere cosa tenga in vita questo popolo, cosa lo faccia sopravvivere nonostante tutto. La fede. La promessa dell’illuminazione e della pace.</p>
<p>Mi infilo tra folla che si riversa per strada e mi lascio trasportare, fluttuando, proprio come se fossi anche io avvolta nell’immerso abbraccio della Dea Madre Ganga.</p>
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		<title>Donne.</title>
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		<pubDate>Sun, 31 Aug 2014 16:43:37 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[La notte è scesa su Siem Reap e io sono a casa. Il buio arriva in fretta, temperatura estiva ma crepuscolo invernale. A dire il vero il sole cala sempre alla stessa ora estate o inverno che sia, verso le sei del pomeriggio. Le luci si accendono e i muri colorati delle stanze della guest [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>La notte è scesa su Siem Reap e io sono a casa. Il buio arriva in fretta, temperatura estiva ma crepuscolo invernale. A dire il vero il sole cala sempre alla stessa ora estate o inverno che sia, verso le sei del pomeriggio. Le luci si accendono e i muri colorati delle stanze della guest house proprio qui accanto creano rettangoli arancioni sulla facciata scura e ti attirano dentro come in un dipinto di Magritte.</p>
<blockquote><p>Un mazzo di fiori è una promessa [..] Ma è tutta una questione<br />
di compromesso, dopotutto, e di vita e di sogni</p></blockquote>
<p>La strada si riempie di rumori di posate, delle cantilene di chi offre un tuk tuk o un massaggio, di mendicanti e turisti, Sophea canta al piano di sotto. è cambogiana lei e quasi tutte le cambogiane hanno una qualche melodia dentro e una voce bellissima, armonica, è raro trovarne di stonate. Sophea è la compagna di David, simpatico australiano tour-operator che ha almeno 20 anni e 30 chili più di lei. Ma è così che vanno le cose qui, le ragazze sopra i 25 anni cominciano a essere zitelle e sopra i 30 sono decisamente vecchie per qualsiasi cambogiano e non gli rimane che sperare in qualche baran, che le noti e le porti via con sé. Spesso succede il contrario e rimangono qui, gli stranieri dico, volontari venuti per un mese che poi si fermano tutta la vita o il tempo necessario per decidere se valga la pena sposarsi, unico modo per avere una delle ragazze locali. Un mazzo di fiori è una promessa, un bacio è già troppo oltre. Ma è tutta una questione di compromesso, dopotutto, e di vita e di sogni. Chi può permetterseli spera fino all’ultimo ma prima o poi deve venire a patti con la propria cultura o arrendersi a quella occidentale che qui tanto fa, ma che in amore segue ancora le proprie regole. Sophea in realtà è già stata sposata e ha un bimba di tre anni. Una vita secondo i costumi della sua razza l’ha già vissuta, il suo onore è quasi salvo ma anche lei, dopo due soli giorni di storia con il suo australiano, sperava nel tutto, altra via è difficile da accettare. Voleva trasferirsi da lui, avere la promessa esplicita che un giorno sarebbe diventata sua sposa e quando David le ha spiegato perché non sarebbe andata in quel modo ha detto va bene, non ha capito, ma ha accettato.<br />
Oggi, dopo 6 mesi, vive con lui, fa colazione con uova, pancetta e pane tostato, studia inglese e ogni giorno migliora, ha lasciato il suo lavoro da cameriera e sta imparando a far di conto per il business che il suo amante baran porta avanti a Siem Reap. Forse ha smesso di farsi domande, forse è felice davvero e finalmente è più libera, sta riprendendo a cucire e spesso esce a cena, un vestito nuovo per ogni serata importante, hotel e ristoranti dove di solito i cambogiani servono, non siedono ai tavoli. Pelle scura e mani da contadina che stanno cercando di rimanere pulite e attaccate a questa nuova vita che il compromesso le ha portato. Ma le radici sono quelle e così alcune volte il suo sguardo mi sembra vuoto e lontano, o forse pieno del disagio di abitudini che non sono le sue. Ma le radici sono quelle e la ragazzina Khmer che faceva i massaggi regolarmente alla schiena dolorante di David si è rifiutata di massaggiare lei, nonostante guadagnasse più di molte altre donne con il suo stesso lavoro qui in città, nonostante sarebbe stata pagata qualcosa in più. Ratha ha preferito andarsene, perché lei non tocca una pelle più scura della sua, lei non lavora per una contadina.</p>
<blockquote><p>Classi sociali, seppur il padrone di tutto sia la povertà sembra che anche negli ultimi gradini della scala sociale ci sia chi vale di più e chi di meno.</p></blockquote>
<p>Classi sociali, seppur il padrone di tutto sia la povertà sembra che anche negli ultimi gradini della scala sociale ci sia chi vale di più e chi di meno. Ignoranza, tradizione, orgoglio di questo paese piegato dove il colore della pelle ha ancora una valenza e il razzismo non è poi così ben celato dalle creme schiarenti e dalla cipria che usavano anche le nostre nonne. Donne che si coprono il volto e le braccia e i piedi perché il sole non le emargini ancora di più, mentre asfaltano una strada, mentre corrono in bicicletta per raggiungere il posto di lavoro, lontano dal sottoscala dove dormono insieme ad altre dieci nella stessa condizione, mentre salgono sui rimorchi all’uscita delle fabbriche a Phnom Pehn, mentre corrono dal cliente di un costoso albergo lasciando a metà il piatto di riso. Sperano in un dollaro di mancia in più, sperano, per questa volta, che nessuno chieda più del dovuto, che nessuno insista per un massaggio con “happy ending”. Eppure ce ne sono tanti, americani, inglesi, spagnoli, francesi, italiani o australiani, uomini da ogni dove, di passaggio o residenti che cercano sesso, facile, poco costoso, quasi pulito. E si permettono di chiederlo a molte perché qualcuna ha già detto sì, soldi facili e veloci, nella mente il desiderio di tirare il fiato, la necessità di sfamarsi e sfamare, l’idea che ragazze come Sophea, non lei certamente, forse l’abbiano spuntata in quel modo. Donne con tre, quattro, sette figli che non riescono più a sfamare, donne che trasformano la loro casa in karaoke a luci rosse, il marito a volte soldato al confine, altre volte alcolizzato, altre ancora, semplicemente, morto.<br />
Donne che solo qualche anno prima, a dicembre forse, erano in posa davanti ad Angkor Wat mano nella mano con la speranza e la vita, pur consapevoli delle difficoltà di un futuro in questa loro terra. Felici perché proprio a dicembre comincia la stagione dei matrimoni, musica per le vie e colori sgargianti, le spose che si sentono le più belle in ognuno dei sei vestiti da indossare, si sentono le più fortunate perché sono giovani e hanno qualcuno al proprio fianco, si sentono approvate perché quell’uomo è stato scelto dalla propria famiglia e hanno la loro benedizione, insieme a quella dei monaci.</p>
<blockquote><p>C’è un detto in Cambogia, mi sembra che sia cinese e dice:<br />
“non sposare l’uomo che ami ma ama l’uomo che sposi”.</p></blockquote>
<p>La tradizione spesso impone l’una all’altra persone che non si sono mai nemmeno conosciute o comunque, anche per chi è libero di scegliere, le usanze portano a fidanzamenti brevi che poi troppo spesso sfociano in separazioni, dopo appena uno o due anni di matrimonio. Tutto secondo le regole orientali la prima parte, così vicina a quelle occidentali la seconda. Non posso giudicare perché anche cambiando stato e continente, usi e religione, spesso l’epilogo non cambia. Solo, le asiatiche rimangono più saldamente attaccate all’idea che se una donna non si sistemi e non abbia figli, non dia un senso alla vita stessa. E allora ad un certo punto cercano con gli occhi di chi vuole sistemarsi, non innamorarsi, e da Siem Reap a Singapore, da Bangkok a Pechino guardano all’uomo e ancora di più allo straniero valutandolo, assicurazione per il futuro, serenità per la nuova famiglia, appoggio incondizionato. L’amore non centra più e le fiabe svaniscono troppo presto, soprattutto qui dove la donna spesso cammina ancora all’ombra del marito, del padre o del fratello. C’è un detto in Cambogia, mi sembra che sia cinese e dice: “non sposare l’uomo che ami ma ama l’uomo che sposi”.</p>
<p>Ma Sophea è fortunata, credo, cammina a testa alta mentre va a prendere un nuovo film straniero, quelle storie a lieto fine le piacciono tanto e se si riesce a guardare al di là di tutto, forse del suo compromesso non rimane che quello, un lieto fine.</p>
<p>Testo Federica Adamoli<br />
Foto Alessandro Vannucci</p>
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		<title>The Soldiers.</title>
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		<pubDate>Fri, 22 Aug 2014 00:00:01 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Some time ago we went to Preh Vihear. It is the Khmer Temple built along the Thai-Cambodian border and has been the main excuse for the ongoing warfare between these two countries. The hostilities ceased on the 15th of July, 2009, and now everywhere you can see the proud signs claiming fiercely that Preh Vihear [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Some time ago we went to Preh Vihear. It is the Khmer Temple built along the Thai-Cambodian border and has been the main excuse for the ongoing warfare between these two countries. The hostilities ceased on the 15th of July, 2009, and now everywhere you can see the proud signs claiming fiercely that Preh Vihear has and always will been a Cambodian temple. Soldiers are still living at the foot of the temple where they keep an outpost with tents, trenches and sandbags. They are calm but armed and they patrol the enemy lines just 5 meters away. We sat at the half Cambodian and half Thai wooden table staring at burp guns ready to shoot and bored soldiers playing cards. Women and children live with them and the tents are slowly turning into huts and the military camp is becoming a new village. If you have a look at the mountain in front of you, you see some fancy Thai villas and the road that goes straight to the border. That frontier is still shut and tourists are forced to climb up the Cambodian side of the mountain, where it is much steeper and tougher to climb. At the peak, beyond the temple, the overhanging rocks offer breathtaking panoramic view of the Cambodian Plains that is visible as far as the eye can see – some days this can be very far and other days it is concealed by the mist. Militaries bivouac and smoke can be seen as one peers into the horizon perched on the overhanging rock. Kids wearing the same uniforms as the soldiers and with the same empty gaze in their eyes, play war games, a tiny band plays local music, waiting for tourist to make a contribution to their tiny wages, while a monk blesses and prays in the re-conquered temple.</p>
<blockquote><p>the Khmer Temple built along the Thai-Cambodian border<BR>and has been the main excuse for the ongoing warfare</p></blockquote>
<p>A former soldier, Meng, took us to the border to greet his friends, former companions in the military, all with similar stories to tell. He was happy to meet his friends again as they were old school mates. He proudly introduced us to his former captain with a wrinkled brown and silent face &#8211; he just kept smoking the cigarettes we brought without saying a single word. Meng is 40 years old and his life has been conditioned for almost 30 years by the Khmer Rouge. Until the age of 17 he lived with his father and family, changing from one refugee camp to the next, all close to the Thai border. They were very poor but they managed and survived throughout that hellish time and Meng got to the 8th grade of Khmer government school. He couldn&#8217;t go further because at the time there were few teachers around, victims of the insane ideology of the Pol Pot regime. They might have been killed by the very same man he now calls ‘father’ who married his mom during the years when the Cambodian tragedy had been perpetrated. People don&#8217;t speak much about the Khmer Rouge time but the history states that after the Cambodian liberation, by the Vietnamese, it placed the same people who were in charge during the Pol Pot regime into leadership positions, such as factory and village leaders. Many of them were forced to join the regime as they didn&#8217;t know how to survive other than taking up the cause. Many of them regretted this but it saved them. They couldn&#8217;t kill everyone who was involved because the Cambodian population would have been wiped out.</p>
<blockquote><p>They might have been killed by the very same man he now<BR>calls ‘father’ who married his mom during the years<BR>when the Cambodian tragedy had been perpetrated</p></blockquote>
<p>Meng&#8217;s &#8216;father&#8217; had to be one of those in command, maybe as an “Angkà”, the leader of the village which was assigned to him. He might have met Meng&#8217;s mother during that time. During the Pol Pot Regime weddings were celebrated in groups of twenty or thirty couples together. Brides and grooms were seated in two lines in front of each other waiting for the village leader to arrive. They stood up together, holding hands and whispering their promises in front of the leader. There were no documents to record marriages even though Pol Pot used to obsessively keep records of everything. Every victim, locked up in prison and torture camps, such as Tuol Slang, was photographed and catalogued before being murdered. Even the newlyweds were victims of the dictator&#8217;s sick ideology and if one of them had cheated on the other, betraying the wedding vow sanctity, they both would be slaughtered. Both bride and groom were to blame as they had to share through thick and thin. Who knows? Maybe Meng&#8217;s mom accepted the wedding just to save her family. Maybe she actually fell in love with her jailer as one would find in a romantic novel. Or, maybe, Meng&#8217;s step father was enrolled in the Vietnamese military of Hanoi and saved his family during the liberation. Meng rarely speaks about that bloody time and only after a few beers. But then whatever he says could be misunderstood or read in the wrong way</p>
<blockquote><p>Maybe he has already paid the price [..] and has earned<BR>a second chance.Peace for him is now concealed in darkness</p></blockquote>
<p>Maybe he has already paid the price for a life he faced after the Pol Pot era and has earned a second chance. Peace for him is now concealed in darkness.<br />
However, he has a great respect for his step father, whose appearance was stern and dignified. His deep eyes peer at the night while he enjoys his well-earned rest as a security guard, hammock swinging while a crackly radio voice fills the darkness to keep him company. I wonder what he is dreaming, I wonder if he ever closes both his eyes, I wonder what he actually did in his past or what he was forced to do. During the Pol Pot Regime he lost his first wife and his new born son. Maybe he has already paid the price for a life he faced after the Pol Pot era and has earned a second chance. Peace for him is now concealed in darkness. Old sun-burned skin and soldier agility that knows the war is over and that his family is safe, but the struggle will continue. He might hope his nieces and nephews never have to see, face and survive what he had to. He couldn&#8217;t stop Meng from joining the army, one more time a volunteer, one more time against their own people. Too often Meng had to fight against different political sides of the same country. The first time &#8220;Anki&#8221; soldiers on the Sihanouk side, the second against General Son Sen, one more time against whoever was standing up to the alliance between Hun Sen and Vietnam, and a million times against Khmer Rouge, hidden in the jungle. At Palin, Kompong Thom and Preah Vihear, Meng fought with the Second Division in different Cambodian territories, but always against the same enemy. He saw his companions die off. Some days they lost thirty, forty or even fifty men, often killed by land mines instead of hostile fire. The rice fields and the jungle had plenty of land mines and the Khmer Rouge had learned from the Chinese how to place them at the best advantages. The same Chinese people that owned the Embassy a few hundred meters from the S-21 and claimed not to have heard any torture screams..… Fighting against his own people or against Vietnam didn&#8217;t change the consequences. Dead friends as animals in the forest, his body badly wounded forever, a reminder of the war, some days knocked out by the malaria delirium. He seldom had the medicine to treat the illness but sometimes the fever and its oblivion were welcome, just one day not to think, just one day to forget.</p>
<blockquote><p>sometimes the fever and its oblivion were welcome,<BR>just one day not to think, just one day to forget</p></blockquote>
<p>Meng left the Army in 1998 and he already had a wife and one child. He tried to rebuild a life away from the war horrors, at least physically. In 2001 he asked for a loan and began to transfer tourists around Siem Reap. A few years later he applied for a managerial position in one of the many non profit organizations founded in Siem Reap. He often smiles, as he has a sense of humor which is rare in Cambodians. He is a balanced man who drinks no alcohol and has a lot of friends. Maybe he should thank them that he doesn’t have nightmares. Besides families and children some NGO&#8217;s save wounded souls like him, surrounding them with laughs and innocence as if they would like to balance all the bad suffered and the sorrow felt.  There he is around midday, sitting at the long lunch table that a moment before was feeding many starving mouths. Even from a distance you can see old scars, even from distance you can see that they don&#8217;t hurt anymore.</p>
<p><a href="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2014/08/Soldiers-2-Blog.jpg"><img src="http://www.federicaadamoli.com/wp-content/uploads/2014/08/Soldiers-2-Blog.jpg" alt="Soldiers 2-Blog" width="567" height="378" class="alignnone size-full wp-image-5172" /></a></p>
<p>Words by Federica Adamoli<br />
Photos by Alessandro Vannucci<br />
Translation revision by Karin van Zyl</p>
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		<title>Soldati.</title>
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		<pubDate>Thu, 27 Feb 2014 20:41:20 +0000</pubDate>
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		<description><![CDATA[Qualche tempo fa siamo andati al Preah Vihear, il tempio Khmer sul confine con la Thailandia che è valso anni di guerriglia tra i due popoli. Le ostilità sono cessate solo il 15 luglio 2009 e adesso ci sono dappertutto cartelli che ricordano fieramente che questo è, e sempre è stato, un tempio appartenente alla [&#8230;]]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche tempo fa siamo andati al Preah Vihear, il tempio Khmer sul confine con la Thailandia che è valso anni di guerriglia tra i due popoli. Le ostilità sono cessate solo il 15 luglio 2009 e adesso ci sono dappertutto cartelli che ricordano fieramente che questo è, e sempre è stato, un tempio appartenente alla Cambogia.<br />
I soldati sono ancora di casa e alla base del tempio c’è un avamposto militare con tende, trincee e sacchi di sabbia, soldati tranquilli ma armati, guardie che controllano le linee nemiche appena dietro il confine, a soli 5 metri. Ci siamo seduti a un tavolo di legno che è per metà cambogiano e per metà thailandese, abbiamo visto mitra pronti all’uso e soldati annoiati che giocavano a carte. Insieme all’esercito vivono donne e bambini e lentamente le tende si sono trasformate in capanne e l’accampamento militare sta diventando un nuovo villaggio. Guardando la montagna di fronte, oltre il confine, si possono vedere un paio di ville lussuose e un pezzo di autostrada thailandese che porta al tempio, solo più agevolmente. La frontiera da quella parte è ancora chiusa e i turisti devono salire la montagna dal versante cambogiano, molto più ripido e scomodo di quello “nemico”. Arrivati in cima, oltre il tempio, la roccia a strapiombo offre il panorama suggestivo della pianura cambogiana che nei giorni più tersi si estende a perdita d’occhio e negli altri si confonde nella foschia.<br />
I militari bivaccano, fumano e guardano l’orizzonte appollaiati sullo strapiombo, ragazzini con le stesse divise e lo stesso sguardo li imitano e giocano alla guerra, un complessino suona musica locale per arrotondare con qualche migliaia di riel, un monaco benedice e prega nel tempio appena riconquistato.</p>
<blockquote><p>il Preah Vihear, il tempio Khmer sul confine con la Thailandia che è valso anni di guerriglia tra i due popoli</p></blockquote>
<p>Meng, ex militare, ci ha accompagnato fino al confine per salutare i suoi amici, soldati di frontiera di cui lui faceva parte, ex commilitoni con storie simili alla sua. Sembrava che andasse a salutare vecchi compagni di scuola e orgoglioso ci ha presentato quello che fu il suo capitano, viso rugoso e silenzioso, se ne è stato lì a fumare le sigarette che gli avevamo portato, una dopo l’altra, senza parlare. Meng ha 40 anni e per quasi 30 la sua vita è stata condizionata dai Khmer Rossi. Ha vissuto fino a 17 anni con suo padre e la sua famiglia girando diversi campi profughi al confine con la Thailandia. Erano molto poveri ma sono riusciti a sopravvivere a quel periodo infernale e Meng è riuscito a studiare fino all’ottavo grado della scuola statale. Non oltre, perché all’epoca mancavano gli insegnanti, vittime dell’ideologia insana di Pol Pot e uccisi forse da quello stesso uomo che lui ora chiama padre ma che è il secondo marito di sua mamma, sposata durante gli anni in cui si è perpetrata la tragedia cambogiana. La gente non parla volentieri di quel tempo ma è storia il fatto che una volta liberato dal Vietnam, il governo cambogiano abbia messo al potere e soprattutto a capo di fabbriche e villaggi, quegli stessi uomini che occupavano altrettante posizioni di comando sotto Pol Pot. Molti erano stati costretti, molti non sapevano che altro fare per sopravvivere se non abbracciare la causa, molti si sono pentiti e sono stati risparmiati e graziati… non si poteva uccidere tutti, il popolo cambogiano sarebbe stato sterminato.</p>
<blockquote><p>gli insegnanti, vittime dell’ideologia insana di Pol Pot e uccisi forse da quello stesso uomo che lui ora chiama padre</p></blockquote>
<p>Anche il papà di Meng doveva essere uno di quei comandanti, un Angkà forse, leader del villaggio che gli era stato assegnato e probabilmente, in quel periodo, aveva conosciuto la mamma di Meng. I matrimoni allora, durante il regime, venivano celebrati solo in gruppo, fino a venticinque-trenta coppie alla volta e i promessi stavano seduti su due linee parallele, una di fronte all’altra, finché non arrivava il capo del villaggio e si alzavano tutti insieme prendendosi per mano e promettendosi l’un l’altro davanti al leader. Non veniva registrato nessun tipo di documento, anche se Pol Pot in effetti faceva riportare tutto in modo quasi ossessivo. Ogni vittima rinchiusa in luoghi di tortura e di prigionia come il Tuol Sleng veniva fotografa e schedata prima di essere uccisa. Anche gli sposi erano vittime dell’ideologia malata del dittatore e se uno dei due membri nella coppia tradiva l’altro, tradendo la sacralità della promessa pronunciata, venivano uccisi entrambi, moglie e marito. La colpa era di tutte e due e tutti e due, uniti forse nella buona sorte, ne condividevano la cattiva. Chissà, forse la mamma di Meng aveva accettato il matrimonio per salvare la famiglia, forse si era innamorata del suo carceriere come nei migliori romanzi polpettoni anti-cinismo o forse il patrigno di Meng faceva parte dell’esercito vietnamita di Hanoi e aveva salvato la sua famiglia durante la presa di potere. Meng parla raramente di tutto questo e solo dopo tre o quattro birre e tutto allora potrebbe essere stato capito o interpretato nella maniera sbagliata.</p>
<blockquote><p>aveva già pagato abbastanza, si era guadagnato una nuova chance e adesso la pace per lui voleva dire confondersi nella notte.</p></blockquote>
<p>In ogni caso porta un grande rispetto per il suo padre adottivo che, a guardarlo bene, ha qualcosa di marziale e definitivo, occhi profondi che scrutano la notte mentre ondeggia sulla sua amaca di guardiano notturno, la voce gracchiante di una radio a tenergli compagnia. Mi chiedo cosa sogni, se chiuda mai tutti e due gli occhi, cosa abbia fatto davvero nel suo passato o cosa sia stato costretto a fare. Durante gli anni di Pol Pot ha perso la sua prima moglie e il bambino che stava per nascere e a qualunque vita sia poi andato incontro forse aveva già pagato abbastanza, si era guadagnato una nuova chance e adesso la pace per lui vuol dire confondersi nella notte. Pelle scurita dal sole e vecchia agilità di soldato che sa che il tempo della guerra è finito e i suoi cari sono al sicuro, ma che ancora la lotta non è terminata. Forse spera solo che i suoi nipoti non debbano mai vedere e sopravvivere a ciò che lui ha passato, soprattutto perché non ha potuto impedire che Meng stesso scegliesse l’esercito, un’altra volta volontario, un’altra volta contro la loro stessa gente. Troppo spesso Meng si è ritrovato a combattere contro le diverse fazioni politiche di una stessa nazione, soldato “Anki” del partito di re Sihanouk, una volta contro i militari della fazione che appoggiava il generale Son Sen, un’altra volta contro chi sosteneva l’alleanza di Hun Sen con il Vietnam, un’altra e mille volte ancora contro i Khmer Rossi che si nascondevano nella foresta. Palin, Kompong Thom, anche Preah Vihear, Meng ha combattuto con la Seconda Divisione in diverse parti della Cambogia, sempre contro lo stesso nemico, ha visto morire i suoi compagni uno dopo l’altro, c’erano giorni in cui perdevano trenta, quaranta, anche cinquanta uomini, spesso più per le mine anti-uomo che per il fuoco nemico. Risaie e foreste ne erano piene, i Khmer Rossi avevano studiato dai Cinesi come posizionarle al meglio, gli stessi Cinesi che avevano un’ambasciata a pochi centinaia di metri dall’S-21 e pretesero di far credere di non aver sentito le grida della tortura…<br />
Combattere contro il suo stesso popolo o contro il Vietnam non cambiava di molto le conseguenze, amici morti come animali nella foresta, il corpo pieno di ferite che gli ricorderanno per tutta la vita quei giorni, alcune volte trascorsi nel delirio della malaria. Raramente c’erano le medicine per curarsi ma forse la febbre e l’oblio erano i benvenuti, almeno un giorno per non pensare, almeno un giorno per dimenticare.</p>
<blockquote><p>ma forse la febbre e l’oblio erano i benvenuti, almeno un giorno per non pensare, almeno un giorno per dimenticare.</p></blockquote>
<p>Meng ha lasciato l’esercito nel ‘98 con già una moglie e un figlio a carico e si è ricostruito una vita lontano dagli orrori della guerra, almeno fisicamente. Nel 2001 ha chiesto un prestito e ha cominciato a portare in giro i turisti a Siem Reap. Ha provato a fare anche il pescatore ma presto è tornato al turismo, finché non è stato assunto come manager da una di quelle tante organizzazioni no profit presenti a Siem Reap. Spesso sorride, ha quel senso dell’umorismo che a tanti cambogiani manca, è equilibrato e non è alcolizzato, amici, colleghi e le persone che aiuta gli vogliono bene. Forse è grazie a loro che non ha gli incubi di notte, alcune ONG, oltre a salvare intere famiglie, salvano anche anime ferite come lui, circondandole di risate e innocenza, quasi a voler riequilibrare il male subito, il dolore provato.</p>
<p>Eccolo lì, verso mezzogiorno si siede al lungo tavolo che un momento prima ospitava tante bocche affamate, anche da lontano si possono vedere le vecchie cicatrici, anche da lontano di può vedere che non gli fanno più male.</p>
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<p>Testo di Federica Adamoli<br />
Foto di Alessandro Vannucci</p>
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